Aside

“Oggi sulla banchina della metro ho visto un ragazzo con sulla borsa a tracolla una spilletta del referendum per l’acqua bene comune. Ho pensato, come reazione automatica: “Miii, ecco un altro grillino”.
Poi mi sono fermata (col cervello, coi piedi stavo andando alla fine della banchina perché negli ultimi vagoni c’è più posto), mi sono fermata e mi sono detta: “Eh no, che cazzo, i beni pubblici sono cose NOSTRE, mica dei grillini!”.
È per questo che li detesto.
Perché hanno preso le nostre battaglie e le hanno trasformate in indecenti cazzate. Hanno preso l’analisi e l’hanno trasformata in complottismo. Hanno preso i cortei e li hanno trasformati in adunate di piazza. Hanno preso il reddito minimo garantito e l’hanno trasformato in un sussidio vittoriano. Hanno preso la denuncia e l’hanno trasformata in qualunquismo. Hanno preso i movimenti e li hanno trasformati in comitati di quartiere. Hanno preso l’utopia e l’hanno trasformata in incubo.
Ci hanno preso tutto, ci hanno cagato sopra e ora ci fa senso toccarlo. Berlusconi ha distrutto la politica; Grillo ha distrutto la lotta.”

- addictions ( via raelmozo)

 

una bionda di pane.

Domenica mattina.

Una luce biancastra filtra la bruma che sorge dal terreno, dopo sei giorni di pioggia. Si infila negli occhi, sbatte sui cappotti delle anziane vestite a festa per la messa di mezzogiorno.

Vespa sgangherata entra nel vialetto col motore al minimo dei giri, solca le pozzanghere leggera, come su una nuvoletta rosa. Ne scende l’enorme figura di Fragolozzi, col casco slacciato, una stecca di merit in una mano e un sacchetto da sei birre nell’altra. Innamorato perso, accade ciclicamente ogni primavera, da dieci anni a questa parte. Varca la porticina sbattendo il capo, accade da trent’anni a questa parte, bestemmiando. Lui è un essere metodico.

- Ecco uno che ci dà una mano a montare la cinghia! – fa Ennio, stravaccato sotto il motore.

Invece lui posa tutto sul tavolo, ingombro d’una miriade di frattaglie, poi si siede.

- mai visto nulla di più bianco – declama con voce solenne, sprofondato sulla vecchia sedia d’ufficio che tengo in cantina, per eventuali meditazioni a base brugal.

- Guardate, fanti, la prima volta che l’ho spogliata ho dovuto calarmi i rayban sugli occhi per non rimanere abbacinato da tale candore… continua il bestione tatuato, sturandosi lievemente il naso col mignolo imbrattato d’olio motore.

- Dai Frago, hai più anni della Thatcher – aggiungo io, assorto tra gli ingranaggi – hai due figli che ormai ti superano in altezza e ci vieni a raccontare queste palle su una ventottenne, capisci, ventottenne, già che se lì passami una tredici e un cacciavite stella un po’ piccolino. E versami un goccio di vino, che ho le mani zozze.

- A 28 anni io mi ero appena messo con la Patti, quella coi dentoni da castoro che voi chiamavate Donna Squalo, bastardi – fa Ennio col mozzicone in bocca, ancora stravaccato sotto il motore – ero ancora quasi un bimbo, mi dimenticavo gli spaghetti sul fuoco e li mangiavo molli come lombrichi, per giunta senza sale. Un essere inadatto alla vita. Scolavo la pasta, ci buttavo dentro una scatoletta di tonno, olio compreso e ingoiavo felice.

- E puntualmente tu ci attacchi l’elmo riguardo alle tue nuove conquiste, i bastoni per la vecchiaia, le compagnie femminili per non rimanere anziani soli come tuo zio Ugo, quello che a momenti si appicca il fuoco, addormentandosi sbronzo con la cicca accesa. Approposito, oggi non l’hai ancora nominato: come sta?

- Con voi non si può parlare, fanti, cogliete l’occasione al balzo per sfracellarmi i maroni. E io che mi metto nelle vostre mani per avere consigli fraterni… infami siete, non avete mai capito nulla di donne e nemmeno di moto.

Gli arriva sulla testa nell’ordine: un disco frizione mezzo smangiucchiato, un tendicatena grondante olio e per ultimo un filtro aria di una Ducati Scrambler, che gli lascia un baffo di grasso sul faccione. Poi, oltre le risate, lui riprende a raccontare della sua bionda dell’est, con la pelle che sa di pane.

Noi lo ascoltiamo con finta attenzione.

Siamo esseri metodici, noi.

grattare le palle al creatore

Orso Maria è un bravo fante, tutto casa e orto.

(chiesa no, le abbatterebbe con una ruspa)

Insomma, nel mio ambiente uno così desta un minimo di curiosità. Intelligente, sveglio, pieno di passioni sincere e viscerali che riesce a portare avanti nonostante si sia sposato e riprodotto in giovane età. In codesto novero c’è, o meglio, c’era, quello della motocicletta.

Una sera di tempo infame, mentre si appresta a raggiungere il luogo di lavoro per il turno delle ventidue, centra il furgone del lattoniere, parcheggiato alla pene di segugio in piena curva, e si sfracella.

lo raccolgono dall’asfalto col mestolo e, in più, gli ritirano la patente per il tasso alcolemico oltre lo 0,5… (lui beve solo due bicchieri a pasto, ma è ghiotto di boeri al rum, una sera gliene ho visti mangiare ventiquattro)

Nei giorni successivi viene subissato da frasi incredibilmente amene, del tipo: non sappiamo se questa gamba riusciremo a salvarla, forse ci toccherà amputare sotto il ginocchio – oppure – non sappiamo mica se camminerai ancora con questo danno alle vertebre lombari.

Insomma, lui ci mette un anno e mezzo ma torna in piedi. In questo lasso di tempo è girata ogni voce sul suo conto. Chi dice non tornerà più, era fatto come un cammello, era sbronzo fradicio, il contakm segnava 130 in via Lemani Dalnaso che è tutta curve, la moglie l’ha lasciato, il lattoniere l’ha trascinato in giudizio, eccetera. Questo perché la gente spesso dona fiato alle corde vocali e le fa vibrare, senza collegare il pinolo che si ritrova in scatola cranica.

L’altro giorno è rientrato in servizio. Beve solo acqua del bronzino, non fuma più, segue un corretto regime di alimentazione, non ha ripreso patente e neppure moto, va in palestra e piscina, ha perso venti chili. Niente pc, no facebook, no cellulare. Raggiunge il lavoro facendo 22 chilometri in bicicletta. Un figurino. Lo invitiamo alle cene ed è tutto come prima, soltanto lui disdegna il fiasco di barbera a centro tavolo e rifiuta la terza portata di cappon magro. Di fronte a lui il tavolo è sgombro, non c’è uno stronzphone da chilo che vibra continuamente, né una scatola di tabacco. Ogni dieci minuti esatti vanno tutti fuori a girarsi una paglia, rimaniamo noi due soli al tavolo. Poi, dopo il caffé corretto, si va a casa. Giubbotto, guanti, casco e via sgommando sulle nostre poderose millone. E lui si spara un’ora di pedalata solitaria per le vie della città deserta.

Penso sempre più insistentemente che Orso Maria debba esserci d’esempio. Solo così vedi la vera natura delle cose. Vivi una vita viva. Perciò non ci viene da criticarlo, noi che conduciamo un’esistenza di plastica e ne siamo ben consci.

Però raggiungere tali fulgide convinzioni dopo essere andati a grattar le palle al creatore, diciamolo, non alletta..

 

siamo una generazione normale

Noi siamo una generazione normale, dice Claudio, mentre è al SERT, in coda per il metadone.

Abbiamo aspirazioni normali, vogliamo essere governati da persone normali, con facce normali, che incarnino comportamenti oggettivamente accettabili. Questi urlatori impomatati, cosa mi rappresentano? Meglio una pera, meglio…

Anche mio figlio, lo vedo sai, mi guarda mentre rientro fatto come un copertone e mi attacco alla playstation dopo aver preso una ceres dal frigo. Anche lui avrebbe bisogno di un padre normale, non di un relitto in cui scorrono composti chimici, che se gli seghi un braccio non esce nemmeno un goccio di sangue. E io domani sarò così, un uomo normale. Domani ci proverò. Che lui possa giovarsi dell’esperienza di un padre sereno. E si fottano quelle troie delle assistenti sociali, pronte a sindacare su tutto, loro sono come le toghe rosse.

(e invece domani muoio e lui sarà solo, con una madre puttana sempre attaccata a facebook. Muoio perché sono un imbecille patologico, che rifugge la vita, senza saperlo. Muoio perché sono ignorante, non mi hanno donato l’intelligenza…)

C’è bisogno di condivisione, pensa Don Gelindo, mentre riordina compulsivamente le tonache e i clergymen nel suo armadio che sa di tarma. Condivisione come Conclave o Concistoro, che belle queste parole che iniziano per “con”, comunione d’intenti, correlazione d’interessi. Tutti insieme sotto un tetto sicuro e se ce lo mettiamo al culo a vicenda, che importa…

Questi abiti sono la mia vita, io che mi sono votato, che sono stato scelto, li osservo per cercare un antidoto, per tutte le volte in cui vorrei fuggire, girarmi una canna e mettere su i King Crimson, farmi staccare un bocchino dalla prima che incontro.

Io che non mi sono riprodotto.

Di quante parole di merda è fatta la mia esistenza? Per quale sillaba iniziano tutte le parole di merda del mondo?

Ne ho piene le tasche di questa generazione inutile, fatta di finti giovani e anziani precoci – pensa Sauro il salumiere con la faccia di Erik Priebke, mentre riordina lo scaffale. Il Sant’Olcese va di qua, la Galantina la mettiamo di là, questo Perla Nera di Dorgali invece lo schiaffo qui davanti, in bella vista, che non ci vadano le mosche. Oggi mi tocca smazzar tutto questo lavoro, Guendalina si è messa in mutua e i clienti maschi, usualmente attirati dalle sue zinne, girano al largo. Tutti questi maschi che escono a comprare un etto di prosciutto, in cassa integrazione. E poi si attaccano ai videopoker del Bar Giglio. Mezza città in cassa integrazione. Cazzi loro, in fondo. Io me ne fotto.

Le ho mandato un sms poco fa per chiederle se viene domani a lavorare, non ha risposto: si starà facendo sbattere dal suo amante negro, altro che faringite, a una come lei bisogna sempre tener la bocca occupata.

Ho voglia di leccarle la fica.

Quanto vorrei avre un bazooka per falciare via tutti, io vi odio tutti, bastardi degenerati, voi siete come i vostri amici comunisti, amici dei negri.

Quanta gente c’è in giro, nonostante la crisi – constato con una certa sorpresa, al riparo di una pensilina d’autobus, aspettando che spiova. Da quanto tempo non mi guardo in giro? Non lo ricordo nemmeno più, perso a scavare il mio orticello, a fare solchi sempre più rettilinei per evitare di pensare ad altro. Vorrei che la benza arrivasse ai tre euro, intanto ho la macchina a GPL.

Sono come loro. Siamo una generazione di imbelli e sballati cronici, che gonfiano il petto e poi si lascerebbero morire, pur di non ribellarsi. Parliamo come leoni, ma ci lasciamo macellare come agnelli.

Abbiamo ciò che meritiamo.

c’è un uomo in casa di mia sorella!

Genova, mattina presto, squilla il telefono. Sono ancora in coma.

- p r o n t o ?  c h i  p a r l a ?

(mi esce un po’ strozzato e rallentato, con voce catarrosa)

- prontoscusi, semmai IO con chi parlo?

(anziana genovese con voce un po’ sorpresa ed evidente desuetudine all’utilizzo dell’italico idioma)

Ecco i due personaggi di una mattinata con risvolti noir.

- come con chi parla, signora, è lei che ha chiamato.

(le intimo, con la tipica educazione di chi è ridestato di soprassalto da sogni bucolici.)

- insomma, poche storie, mi dica chi è lei e facciamola finita…

- le dico chi sono se anche lei mi dice chi è!

- ma insomma, io volevo parlare un po’ con mia sorella e invece in casa sua ci trovo un uomo! anche un uomo giovane (!) mi sembra…. ora può dirmi che cosa ci fa in casa di mia sorella???

- non ha il sospetto d’aver sbagliato il numero, gentile (!) signora?

- no, guardi, ce l’ho qua su un pezzo di carta e schiaccio i tasti sempre con molta attenzione e poi ci vedo ancora bene sa… ora mi dice per piacere COSA HA FATTO A MIA SORELLA????

tireremo le somme, sì, ma dopo la Rivoluzione.

Chi rimugina, solo, chiuso nell’angolo, non fa rivoluzione.

Chi urla forte ai quattro venti la sua rabbia, non fa rivoluzione.

Coloro che si associarono in un qualcosa volto a stravolgere lo stato delle cose, a cambiarle dal basso, e si ritrovano oggi con un pugno di mosche, assoggettati ad un padrone, non fanno rivoluzione.

Chi prende un mitra, esce e spara a vanvera, non fa rivoluzione.

Chi prende la parola, sale su un palco e sparla a vanvera, non fa rivoluzione. Non la fa chi promette, non la fa chi crede alle promesse. Né chi chiama alla carica, mandando avanti gli altri e nemmeno questi ultimi la faranno, malgrado impegno e sacrificio.

Colui che disse “la Rivoluzione deve sorgere in ognuno dei nostri cuori” ha proferito soltanto una bella frase ad effetto, cioè, il concetto non fa una grinza, ma è inapplicabile.

Gino dice che gl’Italiani preferiranno lasciarsi morire di fame e d’inedia, piuttosto che rivolgersi contro. Italia di strimpelli, bordelli, orticelli e grandifratelli.

e se avesse ragione lui?

Gino says:

Gino dice che ho un naso enorme, lui ce l’ha lungo ed aquilino e sostiene che, però, considerando la volumetria, il mio lo supera di gran lunga. Ed è comunque stufo di turarselo.

Gino dice che il PD no, è improponibile, che lui non l’ha mai votato e nemmeno il PDS e neppure i DS. Anzi, una volta li ha votati, quando suo cugino Carmelo si candidò al Consiglio di Circoscrizione, ma lo trombarono subito.

Gino dice che Renzi gli stava così sulla balle che, quando lo vedeva, spegneva la TV. Ma probabilmente Bersani è peggio. E qui parte con una trattazione sulla merda di vacca che è preferibile a quella di cane perchè puzza meno, essendo l’animale erbivoro, eppoi la si toglie meglio dal carrarmato delle scarpe. In fondo anche lui è erbivoro: l’erba la fuma.

Gino non considera nulla che sia più a destra del PD: inutile chiedergli di Mountain, dello Psiconano o dell’Uomo Citofono: non li vede. Con la pelle del Celeste farebbe probabilmente uno stuoino da mettere nel box e utilizzare quando deve coricarsi sotto la Panda per cambiare l’olio.

(…ho scritto già 3 volte PD, aspettate un attimo che vado a sboccare…)

Gino dice che Grillo è la nostra alba dorata. E’ solo meno dorata perchè, non apparendo in tv, ci picchia poco il sole. Dice che certa gente ha bisogno di qualcuno che urli forte, indipendentemente dalle minchiate che dice. E secondo me ha pure ragione.

Gino dice che Ingroia gli sarebbe stato anche simpatico, ma doveva impedire il rapido fiondarsi di vecchi politicanti del passato, che hanno già detto quel poco che avevano da dire. Sciò, doveva dirgli, fuori dalla minchia. Con quelli tra i peli dello scroto, del Movimento Arancione un se ne fa’ nulla.

Gino dice che Vendola no, tante parole, poco costrutto e mani in pasta. E che Giannino non sa chi è, si chiamava così il suo carrozziere ma sicuramente non è lui.

(il suo carrozziere aveva la foto della madonna vicino al calendario di playboy, questo me lo ricordo bene)

Gino ha comprato una cassa di barbera e una decina di fiorentine che tiene pronte nel freezer. Dice che il weekend del 24 lo trascorrerà a Prato Nevoso, suo cugino Carmelo gli presta la casa. Anzi, per non cadere in tentazione, andrà su il venerdì, ha già preso ferie.

Mi ha invitato. Quasi quasi ci vado.