Noi siamo una generazione normale, dice Claudio, mentre è al SERT, in coda per il metadone.
Abbiamo aspirazioni normali, vogliamo essere governati da persone normali, con facce normali, che incarnino comportamenti oggettivamente accettabili. Questi urlatori impomatati, cosa mi rappresentano? Meglio una pera, meglio…
Anche mio figlio, lo vedo sai, mi guarda mentre rientro fatto come un copertone e mi attacco alla playstation dopo aver preso una ceres dal frigo. Anche lui avrebbe bisogno di un padre normale, non di un relitto in cui scorrono composti chimici, che se gli seghi un braccio non esce nemmeno un goccio di sangue. E io domani sarò così, un uomo normale. Domani ci proverò. Che lui possa giovarsi dell’esperienza di un padre sereno. E si fottano quelle troie delle assistenti sociali, pronte a sindacare su tutto, loro sono come le toghe rosse.
(e invece domani muoio e lui sarà solo, con una madre puttana sempre attaccata a facebook. Muoio perché sono un imbecille patologico, che rifugge la vita, senza saperlo. Muoio perché sono ignorante, non mi hanno donato l’intelligenza…)
C’è bisogno di condivisione, pensa Don Gelindo, mentre riordina compulsivamente le tonache e i clergymen nel suo armadio che sa di tarma. Condivisione come Conclave o Concistoro, che belle queste parole che iniziano per “con”, comunione d’intenti, correlazione d’interessi. Tutti insieme sotto un tetto sicuro e se ce lo mettiamo al culo a vicenda, che importa…
Questi abiti sono la mia vita, io che mi sono votato, che sono stato scelto, li osservo per cercare un antidoto, per tutte le volte in cui vorrei fuggire, girarmi una canna e mettere su i King Crimson, farmi staccare un bocchino dalla prima che incontro.
Io che non mi sono riprodotto.
Di quante parole di merda è fatta la mia esistenza? Per quale sillaba iniziano tutte le parole di merda del mondo?
Ne ho piene le tasche di questa generazione inutile, fatta di finti giovani e anziani precoci – pensa Sauro il salumiere con la faccia di Erik Priebke, mentre riordina lo scaffale. Il Sant’Olcese va di qua, la Galantina la mettiamo di là, questo Perla Nera di Dorgali invece lo schiaffo qui davanti, in bella vista, che non ci vadano le mosche. Oggi mi tocca smazzar tutto questo lavoro, Guendalina si è messa in mutua e i clienti maschi, usualmente attirati dalle sue zinne, girano al largo. Tutti questi maschi che escono a comprare un etto di prosciutto, in cassa integrazione. E poi si attaccano ai videopoker del Bar Giglio. Mezza città in cassa integrazione. Cazzi loro, in fondo. Io me ne fotto.
Le ho mandato un sms poco fa per chiederle se viene domani a lavorare, non ha risposto: si starà facendo sbattere dal suo amante negro, altro che faringite, a una come lei bisogna sempre tener la bocca occupata.
Ho voglia di leccarle la fica.
Quanto vorrei avre un bazooka per falciare via tutti, io vi odio tutti, bastardi degenerati, voi siete come i vostri amici comunisti, amici dei negri.
Quanta gente c’è in giro, nonostante la crisi – constato con una certa sorpresa, al riparo di una pensilina d’autobus, aspettando che spiova. Da quanto tempo non mi guardo in giro? Non lo ricordo nemmeno più, perso a scavare il mio orticello, a fare solchi sempre più rettilinei per evitare di pensare ad altro. Vorrei che la benza arrivasse ai tre euro, intanto ho la macchina a GPL.
Sono come loro. Siamo una generazione di imbelli e sballati cronici, che gonfiano il petto e poi si lascerebbero morire, pur di non ribellarsi. Parliamo come leoni, ma ci lasciamo macellare come agnelli.
Abbiamo ciò che meritiamo.