MATTONI

Ne ho visti seminarne lungo la via, in vasi dai colori impavidi, dentro gli argini frondosi dei grandi fiumi lenti. In attesa che germoglino.
Perderne da un furgone stracarico, nell’ondivago sussultare di remote provinciali.
Sbriciolarne e ricompattarne a ciclo continuo, tritare, umidificare il composto, modellarli e cuocerli.
Incessantemente, senza mai trovarne di adeguati.
Senza saperne che fare, in realtà. Senza aver deciso l’effettiva destinazione d’uso.
Poi ne ho visti giustapporne a lastrico, sulle fermate d’autobus, che qualcuno ci lasci sopra un solco di battistrada. 
E ignari passanti affondino tacchi vertiginosi nelle malte interstiziali.
Lanciarne dal terrazzo, trattenere il fiato prendendo la mira, centrare il cranio e guardarli rimbalzare lontano, infrangibili, conficcarsi al suolo molle. Voltando una sola faccia alla luce diretta.
Impilarne decine e decine in torri altissime e suggestive. Inutili. Sottili fuscelli in pasto alla feroce tramontana di Novembre.
Bucherellarne il corpo a trapano e scalpello come emmenthal postmoderni.
Io me li metto in giro, mi costruisco attorno. Rigorosamente a pianta quadrata, che il troppo spigolo non giova, un giro dopo l’altro su su fino al tetto, che devo ancora progettare. Ma sarà quasi certamente a doppia falda.
Mi cresco sopra, come le case dei vicoli, nate bottega-alloggio e diventate nei secoli multipiano, per carenza di spazio edificabile.
Che, evidentemente, in giro non ce n’è molto.

kanemòto

Ehi…
Dico a voi!
Cosa vi hanno raccontato di Genova in tutti questi anni?
Vi han fatto teste così sul bellissimo acquario? Sul Porto Antico? Vi han raccontato che sono stati alla Spianata di Castelletto a guardare i tetti della città? Oppure alla passeggiata di Nervi? O sul Monte Fasce a godere dello spettacolare colpo d’occhio?
Vi han detto che Genova è la città della focaccia, della farinata, delle frittelle di bianchetti e del pesto?
Tutte belinate, non credeteci:
Genova è la città dei colombi, dei vigili e dei cani.
Ogni mattina, mentre mi affaccio in giardino per aprire le persiane e prendere una boccata d’aria, li vedo, lassù sul cornicione, disposti metodicamente in fila e con la coda al di fuori, in attesa del primo pirla.
Tempo alcuni secondi e gli ani alati danno inizio al loro bombardamento di guano maleodorante, somma dimostrazione di potere rispetto ad uno spocchioso bìpede, l’essere umano inteso in senso generale, che loro son fermamente convinti sia inferiore nella gerarchia evolutiva naturale.

E che dire dei vigili, esperti in materializzazione istantanea? Avrete sentito parlare di certi santoni indiani che pare abbiano il dono della teleportazione: traslano il loro corpo da un luogo A ad un luogo B in una frazione di secondo.
Beh, ora scordateveli. Quelli che abbiamo noi sono molto, molto più evoluti: traslano non solo il loro corpo, ma anche un grosso taccuino, denominato "Blocchetto Delle Contravvenzioni". Nessun altro al mondo ci riesce.
Mollo un attimo la moto in doppia fila per comprarmi un cannolo? Ftoong! Vigile!
Porto la rumenta fuori orario, perchè ieri sera avevo la dissenteria e non ho potuto? Ftoong! Vigile!
Mi levo la cintura per fare 20 metri di retromarcia, che ho visto un posteggio ed è già mezz’ora che giro come un babbeo? Ftoong! Vigile!
Porto mio figlio, che ha 4 anni 11 mesi e 27 giorni, in scooter sfrecciando sulla Sopraelevata a 65 km/h?
Ftoong! tre vigili! Materializzazione multipla, si chiama, in gergo tecnico:
uno mi dice che viaggiavo a 65 su una strada che ha limite di 60 km/h.
un altro che portavo un minore di anni cinque ed è fuori legge.
un altro che, trasportando un bambino dai 5 ai 12 anni, la mia velocità dev’essere limitata a 60 km/h esatti.
(e inoltre che il mio sediolo portabimbo è omologato solo in Germania e non va bene, ma non me lo contesta perchè oggi si sente buono…)
Gli lascio lì il motorino e vado a casa a piedi, che facciam prima…

Ma la terza piaga, di gran lunga la peggiore, sono i cani estroflessori di genitali  e i loro ineducati padroni.
Ora, la mia moto, come ormai tutto il cosmo sa, è generalmente linda e lucida. Succede che la mattina, terminate le mie faccende standard, io mi rechi nel box a lucidare le cromature col boccettino di sidol e l’ovatta, prima di uscire a fare un paio di curve. Potrebbe darsi che, nell’espletamento di tali operazioni, io mi accorga di aver dimenticato il portafoglio a casa, con relativa patente e libretto di circolazione: nessun problema, faccio una capatina in loco, parcheggio il mezzo nello stretto viottolo, ma, appena varcata la soglia del portone, noto con orrore la sagoma di un grosso quadrupede portata a guinzaglio da un grosso bìpede. Tale sagoma palesa un piccolo erogatore di urina e lo dirige contro il mio cerchione anteriore, sul ‘disco a margherita’ con pinze radiali Brembo Serie Oro.
- ma che minchia fai, non vedi che l’ho appena lavata? -
- e a me che cazzo me ne frega? da qualche parte Killer devo pur farlo pisciare, no? - 
- ok, d’accordo, ma ci sono migliaia di muretti e di scooter zozzi, non potevi portarlo lì? -
- certo, peccato che a Killer piaccia proprio tanto la tua ruota anteriore… -
- ma non vedi, sacco di bratta, che ho appena montato le NUOVE PINZE RADIALI? -
- io me ne fotto delle tue pinze, Killer vuol farla qui, e qui la fa! -
- quindi, se io ora vado giù, prendo la mia mazza da baseball Easton del ’79 e te la giro sulla mandibola, allora anch’io posso farlo, è una cosa lecita? -
Il bìpede mi guarda leggermente timoroso, ma a quel punto il grosso quadrupede inizia a ringhiare e decido di lasciarli andar via.
La mia pinza è salva, ora posso partire per il consueto giretto, il portafoglio lo lascio a casa  e che il Bodhisattva me la mandi buona.

Ma voi, turisti per naso, godetevi il Porto Antico…

Un tale originario del Veneto un giorno disse alla fidanzata:
- ma no che non ti ci porto sul Bigo di Renzo Piano, vieni sul Bigolo di Adriano, puoi andare su e giù quanto vuoi, ED E’ GRATIS!

Questo racconto è dedicato al mio amico ‘Highlander’, lo costringerò a leggerlo e a dire a tutti che si è divertito un sacco. A sta belìn de vitta!

asfalto

Il periodo in cui mi accingevo ad effettuare un taglio, una cesura, provando a muovermi con le mie gambe, fu tra i miei più duri.
Trattavasi di abbandonare la via levigata e provare a fare da solo.
Di voltare pagina, cambiare strada, cercarne una ex novo, che scorresse non troppo distante dal fiume.
Forse ero condizionato da Hesse, mi vedevo fiero ed impettito, col mio fazzoletto a pois appeso al bastone, nell’intento di esplorare cose altre di cui avevo soltanto sentito parlare.
Forse non ero condizionato, anzi, avevo soltanto subodorato il momento. Aironi affondati tra i flutti a metà zampa suggerivano smettere di lamentarmi se le trotelle non raggiungevano ancora la misura regolamentare.
Smettere di parlare e provare a fare.
Quando si sceglie può essere dolorosamente necessario, col sorriso stampato sulla faccia di chi ha la morte nel cuore, ma non lo ammetterebbe per nessun oro al mondo.
Oppure una triste ruga sul volto, raggio deforme di un sole enorme che scalda l’organismo al suo interno.
Quando si sceglie non si pensa, lo si fa in maniera ossessiva, prima e dopo. Ma mai nel momento.
E’ realmente ciò che mi garba.
Ma quando si devia dal percorso usuale, concentrati ad equilibrare lo sterzo, solo un sasso sulla fronte piovuto dal cavalcavia può esser distrazione.
Perché quando si va altrove c’è sempre un ponte, un cavalcavia, un fiume o ruscello rumoroso e una sequenza di fili d’erba immobili ed equipollenti a tracciare la via.
Non c’è altro.
Qualche cavalletta o fiore spelacchiato, forse.
Dopo tanti anni di spago legato alla testa, di utile e dilettevole, eccetera, accettàti i miei cliché e la mia univoca riconducibilità ad un filo e una storia meno recente, è la prima volta che ripenso correttamente all’antica svolta.
Ai miei venticinque anni.
Senza rimanerne anziana ed incartapecorita vittima.
Fingere che tu non esista per non subire il rimorso che, in qualche luogo del cosmo, potesse succedere ed io non fossi lì a raccoglierti con mani umide d’erba.
Fingere che voi non siate esistiti mai a condividere un tratto di percorso, soltanto un intralcio. Al fatto che un giorno chissadove le vostre vite potessero, in una evoluzione graduale, essere attigue alla mia ed io non fossi lì ad accogliervi con mani cotte da un sole d’asfalto.
Che in fondo c’è sempre una striscia di bitume, per chi va via. E ruote.
Nebbia sottile d’alba sui campi.
Un filare di girasoli.

Mai partire al tramonto.

orizzontali, anzi, a novanta!

Ieri notte osservavo le gocce di pioggia, lanciate a fionda dal maestrale, tracciare striature quasi orizzontali sotto le torri faro del VTE.
Metà inzuppato e metà asciutto, come quello della famosa barzelletta su John Wayne, pensavo a te che dormivi al calduccio dentro al Santuario della Guardia.
Sognavi sicuramente angeli bianchissimi, candide pecorelle che imbelinerei volentieri nel catrame, leggiadre colombe a volar tutt’intorno recando ramoscelli d’ulivo nel becco, che poi gli veniva in mente Prodi e allora li sputavano subito, formando un delizioso manto di fogliame smangiucchiato ai tuoi piedi.
Il tuo entourage di prelati crucchi, provato dal lungo viaggio, beveva barbera nella sottostante Trattoria Da Mino, cantando a squarciagola salmi e alleluie. Mentre attrezzatissime squadre di vigilantes rimuovevano le utilitarie dei beccioni in camporella lungo il grande piazzale adiacente, in quanto avevano i Dìp Pàrpol a manetta e rompevano sostanzialmente il belino al lieto sonno papale.
Noi, da Mino, abbiamo vinto il Premio Valpolcevera in una gara di rutti, nell’ottantasei.
Il mio collega ha sull’armadietto una foto di Eva Henger, che chiama "Hangar", perchè è originario della Valle Berlino e non pronuncia la "e"
Lui sogna solo donne nude e c’avrà le sue buone ragioni.
Tu sogni pecorelle candide.
Io guardo sconsolato la pioggia orizzontale, ma mi sento più che altro a novanta.

This world is totally fugazi (questa, ormai, è la massima del blog)

TRILOGIA DEL PRIMOMAGGIO

…perché bisogna scrivere sempre, chi si ferma è cornuto…

 

A) CARTELLI DIPINTI.
Ero venuto fin qui per raccontarti un tot di cose. E per farmene raccontare altrettante da te.
Avevo viaggiato un tot di chilometri per ascoltare ciò che avevo soltanto immaginato.
Erano gli anni in cui avere ancora curiosità e voglia di conoscere non costituivano discriminante.
In cui di piatto esisteva solo l’asse da stiro o la tavoletta del cesso.
Aprire il tettuccio di tela per fare entrare l’aria della buona stagione e i soffioni dei denti di cane, senza esserne allergico.
Guidare veloce su strade tutte uguali, lingue d’asfalto piantate nella campagna, guardando piloni di superstrade crescere lentamente, a fianco.
Contare fagiani maschi in amore senza raccontarne al babbo cacciatore. Scorrere paesi e incroci e raggiungere un punto prestabilito con precisione scientifica e un quarto d’ora di ritardo, senza avere il GPS.
Quasi dimessa, quasi impacciata nello sfoderare sorrisi scintillanti, quasi timida nel rivelare cose, delle quali avrei voluto al più presto accertarmi, stavi appoggiata alla portiera opposta, sul sedile unico in skai rossiccio della mia R4 e alla fine, come al solito, parlavo soltanto io.
Dimenticare la militanza e farsi corrompere sofficemente da una giovane donna che mi osservava dalla parte opposta dell’abitacolo, con un grosso cartello BACIAMI appeso al collo.
- Ecco, adesso troviamoci un luogo tranquilo, in mezzo alle erbe alte, l’estate è alle porte e so che anche le nostre ossa umidicce ne hanno bisogno.
- Certo, ma prima facciamo come dico io.
Intesi?

B) EUTIMICO.
Il mio amico è una persona serena e ha sempre la parola giusta al momento giusto. Se è l’ora di dire una cazzata, la spara come un razzo. Se è momento introspettivo, non disdegna di sopportare una mezz’ora di sfoghi sconclusionati, costellandola di aforismi ad hoc per indirizzarmi verso la comprensione della retta via.
Una specie di guru o forse di Buddha, non fosse per la conformazione fisica differente.
Oggi, passando davanti a casa sua, mi viene una gran voglia di citofonargli per raccontargli di una certa cosa.
Salgo sul muretto di contenimento lato strada e, preso abbondante fiato, urlo:
-GINOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!-
Arriva trafelato alla porta, con la barba sfatta di tre giorni.
- O belin, sai, è successa una cosa. Guarda qua: la dottoressa dice nel referto che sono un essere eutimico. Secondo me è una di quelle malattie nuove che te le dicono così, con un termine incomprensibile, così tu te ne sbatti il belino e invece sono QUALCOSA DI ESTREMAMENTE GRAVE.
- Insomma, con questa qui non c’è verso di parlargli da uomo a uomo, pragmaticamente. L’altra volta cosa ti aveva detto, di strano?
- Che ero ciclotimico. E io le andavo spiegando che non vado in bicicletta dal 2004 perchè mi sono rotto tutti e due i legamenti. Allora lei mi ha messo alla porta dicendo che davo in escandescenze.
- Incandescenze?
- No no, escandescenze, ha detto proprio così, come allo stadio…
- Obbelìn, però… Ascolta, ho un’idea.
SMS: Maria, tu che sei del mestiere, cosa vuol dire eutimico?
RISPOSTA (immediata): persona dotata di serenità d’animo.
Glielo faccio leggere sul display. Lui, raggiante, fa:
- O belin che culo, và… per festeggiare ci spariamo un Gin Lemon.
- Si, ma col Tanqueray, altrimenti mi viene alla gola.
- Speita che amìu se ghe l’ò… ma dimmi, che lavoro fa Maria, per essere così esperta?
- Oh, guarda, fa la besagnina in via Cornigliano. Conosce un sacco di gente.
Intanto, between a pussy and another, si sono fatte le quattro di pomeriggio.

C) MONITO(R)
Nonostante la rabbia, la cervicale e le disillusioni post elettorali…
Buon Primo Maggio a tutti.