ho ammazzato Berlusconi.

Stamattina c’è il sole a picco e un leggero venticello.

La giornata è assolutamente secca e il levarsi della brezza asciuga a poco a poco l’umido di rugiada della notte.

Scendo al granaio, dove Abdul ha già preparato il caffè e mi metto all’opera, controllo il livello del gasolio, la pressione delle gomme e accendo l’enorme macchinario per mietere e trebbiare l’orzo.

Un’ultima occhiata alla distesa gialla, in leggera pendenza, per suggellare bucolicamente la prima Nazionale Senza Filtro della giornata. In paese c’è un incontro organizzato dall’associazione coltivatori in cui si annuncia la presenza di importanti personalità, ma me ne sbatto il belino: a me i politici non sono mai andati a genio.

Tutto è a posto. Mi metto all’opera. Il bestione inizia a gracchiare e sputa fumo grigio nel cielo.

Andare avanti e indietro su questo coso, che è largo più di tre metri e lungo nove, mi dà un senso di potere, di dominio sul territorio. Il fatto che non superi mai i dieci all’ora mi lascia il tempo di percepire il divenire, dalle spighe bionde alla rimanenza dei fusti tagliati a pochi centimetri dal suolo. Dietro di me un levare di corvi neri sulle granaglie sparse.

A metà mattinata ho già fatto un buon bottino, manca solo la parte più in pendenza, lungo il confine del podere, quella più difficile in cui è richiesta una precisione di guida che nemmeno Valentino sul sapone di Donington…

Devo costeggiare la siepe di marijuana (la terra è mia e ci faccio un po’ quel che voglio), che delimita il mio appezzamento e poi curvare per rientrare ai box…. ops….al granaio.

Sovrappensiero…cazzo…entra nell’abitacolo un calabrone enorme, giallo e nero come lo zio dell’Apemaia, mollo tutto e tento di scacciarlo, mi sovviene il babbo nel novantadue al pronto soccorso di Voltri per una puntura proprio sulla tempia, non ci lasciò le piume ma se lo ricorda assai bene.

Perdo il controllo, il bestione corre lungo il pendio tritando tutto, campi di lattuga, siepi, frutteti con le pesche mature che si vengono a spiaccicare sul vetro della cabina, ad un certo punto c’è un pino -ma che cazzo ci fa un pino proprio qui?- beh, tale pino mi sfonda il parabrezza e un fottìo di bestiole entra e prende possesso.

Pieno zeppo di schegge, che pungono in ognidove, provo ad urlare ma la bocca mi si riempie di cavallette verdi, non so come fanno in Oriente a mangiarle, sono disgustose… e nel mentre la marcia prosegue, galline fuggono coi pulcini a seguito, maiali inferociti grugniscono. Maiali ovunque.

Scollinando arrivo proprio dietro al palco della manifestazione.

Sentito il rumore, i politici che stanno parlando si girano d’istinto, ne posso vedere l’espressione sorpresa e sconcertata.

Ci sono Berlusconi, Bonaiuti, quel bell’ometto di Schifani e anche  Bondi… e poi in fondo c’è anche Casini, ne riconosco la statura e la capigliatura biancastra…

Ma ormai è troppo tardi, prendo in pieno l’esile struttura in tubi innocenti (almeno loro non c’entrano) la trito, occupanti inclusi e proseguo la mia folle marcia tra due ali di contadini urlanti che hanno avuto il tempo di scostarsi per non finire sotto le ruote.

Sono molto sudato e la puzza d’ascella invade l’abitacolo

 

(meglio sognare donne nude come tutti i quarantenni o magari evitare i peperoni per cena…)

mi alzo, stralunato.

LOVESEVENTIES

ducati-350-scrambler

Mario è nato nel cinquanta.

Figlio di contadini, respira vigne e mosti in fermentazione per tutta la sua infanzia e adolescenza. I ritmi di vita e quelli della natura si sposano in una simbiosi immutabile e serena. La scuola, i campi, le mani sporche di terra a lasciare ditate marroni sui compiti per le vacanze. Il fiume, coi mutandoni zuppi fare sbarramenti di fango per stringere all’angolo le trote e prenderle con le mani.

E la sera la voce della civetta fa quasi paura, lungo il sentiero di casa, illuminando le cime d’erba con la luce fioca della dinamo. Pelle d’oca ad ogni pedalata.

Poi lo mandano al liceo.

Uno di quei licei polverosi del basso Piemonte, con le finestre in legno altissime e lo stucco sempre molle vicino ai vetri, da farci le palline per la cerbottana.

Dove puoi guardare i grani di polvere danzare ai primi raggi di sole, nelle giornate terse di primavera, prima che anche l’aria che respiri diventi un’immensa monolitica zanzara.

Dove entrano le farfalle e se ti si posa un “dee-dee” sulle spalla, vuol dire che porta fortuna.

E tornare a casa, vedere il fiasco di barbera sulla tovaglia a scacchi e il pane croccante appena sfornato, è quasi una liberazione. E d’estate, lungo un campo in leggera pendenza, osservare rapito il danzare di libellule azzurre, facendo pressione con la roncola sul gambo di giovani zucchine, una dopo l’altra, nel cesto. Taglia e posa, taglia e posa, manica di camicia su fronte imperlata.

Poi, a diciott’anni, va Genova a studiare filosofia.

Ci sono i moti studenteschi, c’è la sensazione che tutto possa cambiare da un momento all’altro, c’è la consapevolezza che le cose siano realmente diverse, che si sia dato il colpo di sterzo definitivo.

Sensazioni.

Capirci qualcosa.

La sera, dopo un’ora e mezza di treno, torna al suo paese e dalla stazione fa un giro ogni volta più lungo. Gli hanno regalato una Ducati Scrambler, arancione. È il 1971.

Le stagioni si avvicendano e i giri per tornare a casa diventano viaggi. Il militare, un anno e mezzo passato a Lecce poi a Capo Teulada, compagnia carristi. Al ritorno la lettera di assunzione nelle Ferrovie dello Stato. Genova Marittima. Qualifica di Manovale In Prova.

Mario, come ogni sera, uscito dal turno e scontata l’ineluttabile ora abbondante di treno, gironzola per le colline in sella alla sua moto. Poi torna a casa, poggia il manubrio contro il muro di cinta, mette una ciotola sotto il motore (la Ducati trafila sempre una goccia d’olio dalla giunzione dei due semicarter).

Sale in casa, spalanca la finestra della sua stanza, accende il giradischi e ci posa sopra un vinile.

Scende, si sdraia su una vecchia poltrona in vimini, girandosi una paglia.

Getta lontano gli scarponi di cuoio con relativo calzino formaggesco…

 

[on air: Lady of The Dancing Water – King Crimson]

 

questa musica si spande per tutto il cortile.

Mario si assopisce, facendo bava sulla camicia F.S.

Io, invece, sono nato per sbaglio sedici anni dopo di lui.

sgnirfling doors

strada.
pioviggina.
asfalto come sapone, luccicante.
salendo da Ovada verso l’appennino c’è un curvone piuttosto ampio.
veramente ce ne sono novantadue, ma un paio sono ampissimi, hanno anche una specie di via di fuga.
guido calmo, le condizioni della strada lo impongono.
(quella panda è un po’ inclinata, secondo me non ce la farà mai a prendere la curva)
detto: fatto. mi sposto verso la mezzeria, la oltrepasso, l’auto lanciata ad una velocità innammissibile sfugge di mano al conducente, invade la corsia opposta e solo la larghezza della sede stradale, in quel punto, le evita una accurata limatura sul guard-rail.
dopodichè prosegue, prima che mi venga voglia di fare inversione a U e tirargli il collo a dovere.
non ho nemmeno il tempo di spaventarmi: me la vedo sfilare sul lato sbagliato a un metro, forse uno e mezzo, poi sparire dietro la curva successiva, a velocità fotonica.
ho previsto che non sarebbe rimasta in strada. ho agito. mi è andata di culo. non è nemmeno la prima volta.
proseguo a sessanta all’ora, ricordando quel film. se rimanevo dov’ero, senza sterzare, i miei 8 airbag sarebbero bastati?
e se non bastavano?
dopo, per chi rimane, come sarebbe stato?

c’è un luogo, lungo la strada del Faiallo, poco prima del sentiero che porta alla cima del Monte Dente, in cui un grande spiazzo sterrato apre uno scorcio bellissimo sulle valli sottostanti, ripide e brulle.
sullo sfondo i quartieri ponentini della città, la grande Diga Foranea, la lingua di cemento dell’aeroporto.
e poi azzurro, fino a perdere lo sguardo sull’orizzonte di curvatura terrestre.
c’è tramontana forte. le navi, alte sul mare, sembrano giocattoloni tenuti fermi con lo spago.
ci sono tutti. ne seguo i lineamenti, le espressioni dei loro sguardi, uno ad uno. mi soffermo sul viso di mio figlio, serio e compìto nella mantellina dal bavero rialzato.

così passano gli ultimi lentissimi dieci chilometri di viaggio. sono a casa dei miei, parcheggio in cortile, salgo le scale, poso le chiavi e il cellulare, mi lavo le mani e il viso, abbondantemente, con acqua gelata.
stringo la mano anziana di mio padre, poi lui tira il collo ad una bottiglia di bonarda, sul fornello cuoce la trippa in umido.

smetto di pensare e mi siedo a tavola.

ferie/piove

la natura aveva sete.
i bacini fluviali erano al minimo storico.
i baggi sul polcevera non avevano sufficienti insetti per nutrirsi.
poi ho iniziato le ferie e piove da ben 4 giorni.
aspettando da mezzora il 35, mi giro una paglia e alla prima boccata lui sbuca dalla curva e mi inchioda davanti.
e questo fa parte della stessa categoria di aforismi di Murphy.
quindi la natura adesso è salva e rifocillata.
sali minerali a babbo anche negli hamburger.

un busto ligneo, voglio.