fenomeni

Centrare in retromarcia la stretta imboccatura del cortile è la cosa più difficile del mondo, se si hanno le palpebre incollate dal sonno.

Per fortuna il furgone non ha più i due fanali posteriori, vecchi danni che il capo non ha mai fatto riparare.

Si può liberamente strisciare sui pilastrini in cemento, senza che alcuno abbia a scandalizzarsi.

Poi però tocca scaricare i tronchi di pino bruciacchiati, segati metodicamente a un metro e ottanta, accatastarli sotto la tettoia che corre di fianco alla casa, passare accuratamente la ramazza sul pianale e ripartire per il lavoro vero: consegnare ai committenti i pezzi finiti.

Testa di razzo mette la faccia sotto il rubinetto del giardino.

Apre e chiude gli occhi, una due volte, inondato dal getto ghiacciato. Soffia il naso, beve un sorso, sciacqua la bocca e sputa via.

Lo aspettano tre o quattro ore in giro per la città a sbrigare il rituale delle consegne.

Al ritorno, sono ormai le due passate, Gonzalo il tubista gli dà uno strappo in vespa, offrendogli un caschetto spagnolo fuori omologazione che puzza di miscela.

Sergio il Fenomeno, sotto la verandina del bar, arringa gli avventori raccontando strabilianti avventure, solita enfasi e gestualità da consumato attore d’avanspettacolo.

Lo vede passare e lo saluta con un cenno del capo, che a loro modo vuol dire:

– ti fermi a sorseggiare un bianco? Pago io.

tutti ormai conoscono le sue balle spaziali, ma a saperlo pompare nel modo giusto è possibile acquistino proporzioni ancor più colossali. Come se le cose più strambe del mondo fossero capitate soltanto a lui.

Quella volta che Gaber, vicino di suo zio agli stabilimenti balneari, gli strinse la mano e parlarono di politica tutto il pomeriggio, dopodiché gli regalò un suo vinile autografato.

O quella volta che, di ritorno dalla discoteca, trovò Bruno Conti finito in un fosso con la Lamborghini, lo tirò fuori con una fune e lui per gratitudine gli regalò un abbonamento del Genoa. Figurarsi che quando lo scorgeva in gradinata, gli faceva ciao ciao con la manina, dal campo.

Oppure il suo vero cavallo di battaglia: le scorribande con la Suzuki Millecento del cugino Giovanni e i tempi di percorrenza da shuttle.

– Dieci minuti e siamo Sorbo Ligure a mangiare il gelato.

– Sedici minuti e mezzo e ti porto a Marina Di Caneferrato, dove fanno una zuppa di scorfano da urlo ma a me la servono gratis, perché mio zio Beppe faceva il fattorino per il negozio di rivetti di Carmine  che è fratello di quello che ha il ristorante.

O, ancora, i suoi aneddoti calcistici, sui quali, per renderli più veritieri, chiede espressamente la partecipazione attiva dei compagni di bancone.

– ti ricordi, eh Claudio, di quella volta contro il Riva Fregoso, quando ho tirato quel missile da centrocampo, centrando la traversa e ho ribaltato all’indietro la porta? L’ho sradicata dal suolo, quella zoccola, come fosse di polistirolo, cazzarola. E ci chiesero anche cinquanta sacchi a testa per i danni!

E via discorrendo.

Si tengano presenti alcune cose:

Sergio non ha la patente A, quindi può guidare solo motorini fino a 125cc.

Quando Bruno Conti giocava nel Genoa, lui era alle medie. Poi Conti non tornò mai più in Liguria, in tutta la sua vita, perché non gli garbava il posto.

Gaber odiava il mare e i bagni di sole e non avrebbe mai affittato una cabina agli Stabilimenti Airone di Vesima, per giunta vicino a quegli zoticoni dei suoi cugini, che friggevano seppie e polpetti, cucinavano pentoloni di cozze appena raccolte e poi giro di grappe, gara di rutti con intonazione di canti tradizionali e pennica collettiva con scorreggia libera.

Al massimo avrebbe potuto partecipare allo strafogamento di baci di dama, ma non ne avanzava mai neppure una briciola.

La Suzuki 1100 è data per una velocità massima di 287 chilometri l’ora che puoi raggiungere ben lanciato e in assenza di vento, sui lunghissimi rettilinei delle piste di velocità, indossando tuta apposita, casco integrale e quant’altro. Nemmeno Biaggi può mantenere una media dei 263 percorrendo le tormentate autostrade liguri in canottiera, bermuda e zoccoli e casco vinto coi punti della Iperboop.

Ma, soprattutto, le porte di calcio sono piantate per mezzo metro e hanno i pali affogati nel cemento. Forse Mazinga Zeta, se giocasse a centrocampo, riuscirebbe ad abbatterne una.

Non Sergio Musso, detto il Fenomeno.

senzapoesia

Non avrei dovuto tornare a sentire forte il bisogno di lei.

Non credevo un giorno avrei rivolto la testa indietro.
Invece lo sento, un urlo sordo attraverso i nervi.

E la rivolgo, la ruoto, come posseduta dal demonio.

Il cielo è solo un ammasso di rottami sfilacciati. Guardo di sfuggita, ma non mi interessa, voglio solo una cosa.

Dalla roba ne esci a fatica e con ossa e anima rotte e nessun adesivo te le rimetterà assieme proprio come prima. Ammesso tu voglia davvero. Tanto vale, preferisco rimanere rotta.

Un treno mi porta via. Faccio il viaggio in un cesso stretto e lurido perché non ho soldi per il biglietto e non vorrei che il controllore mi trovasse senza, chiamasse la polfer e venisse alla luce la mia situazione.

Con conseguente ritorno al lager dei drogati.

Ho messo quattro cose nello zaino e sono fuggita. Calze, biancheria di ricambio, un po’ di ketamina regalatami da uno sbandato, in stazione, in cambio di un bocchino rapido nei bagni.

La notte finalmente arriva e coi soldi di qualche marchetta potrò andare da Abdul a Porta Palazzo e comprare tanta roba da strozzarmici dentro.

O anche poca, basta che basti.

Potrei anche andare a rovistare da mia zia, scavalcare la recinzione del giardino e passare dalla finestra sul retro, che lei lascia socchiusa.

Ho poche soluzioni, tutt’altro che sicure. Ma so che troverò un angolo buio per alzare la manica del giubbotto, passare il laccio e sbattermi in vena quello schifo vitale.

Poi qualche vecchio amico mi raschierà dal marciapiede e mi porterà in qualche tugurio abusivo, mi darà una brandina lercia e una coperta ranzata chissadove e potremo farci ancora, insieme, e dopo fare l’amore e una doccia calda per far colare il seme rappreso tra le gambe.

E sarò felice, per un infinitesimo. Avrò il mio lampo di gioia assurda.

Quando sono scappata il mio bimbo dormiva nel lettino.

L’ho guardato compassionevole, come si guarda un cagnolino randagio per strada, sicura di non vederlo mai più. Chissà cosa gli racconteranno, come giustificheranno la mia assenza. Ma in fondo non è affar mio. Questa strada non è la mia. Questa vita non è la mia.

È passato talmente tanto tempo da quando lo partorii nello scantinato di un palazzo a Borgo Dora, aiutata da Pino e Salvatore, tossici come me. Mi portarono all’ospedale su un furgone scassato, non so come siamo riusciti a sopravvivere entrambi. Sembra trascorso un secolo, in realtà soltanto tre anni.

Io l’ho amato da subito, lo coccolavo, lo stringevo.

Era caldo e sanguinante, gemeva appena.

Lo adoravo con tutta me stessa, nell’altra vita, l’ho visto crescere sempre troppo di sfuggita, impegnata com’ero ad affrancarmi dal mio demone.

Adesso starà meglio con altri visi attorno, altre mani ad accarezzarlo, altri occhi a custodirlo, lontano dal mio veleno.

Che una stella protegga il suo cammino e non debba mai toccare le mie miserie.

Voglio farmi fino a morire, una volta per tutte. I miei lineamenti rimarranno su di lui come una cicatrice gigantesca, coi tratti suadenti e lievi di un fratello riuscito meglio. Una fotocopia autenticata col timbro dell’ASL e la denominazione d’origine.

Addio, infami che credevate in me.

[prima che la legittima proprietaria del racconto che mi ha ispirato mi si incazzi indelebilmente, voglio precisare una cosa: lei ha cercato di trarre poesia anche in un momento di disperazione vero, tangibile e affettivamente vicino. io ovviamente sono andato a braccio, non conoscendo nulla di questa storia, volendo dare un taglio di cinismo puro, perchè nelle molteplici esperienze di questo tipo che ho toccato con mano, io di poesia non ce ne ho mai vista nemmeno un briciolo, credo sia una cosa preclusa all’origine. Se offende, lo tolgo subito.]

piranha

Sabato mattina, ore cinque e trenta.

La sveglia lampeggia sul display giallo del cellulare, per terra, vicino al futon.

Testa di Razzo la spegne cercando il tastino giusto con occhi di talpa. Ha dormito meno di tre ore.

Si alza di scatto, membra ancora intorpidite, segue il muro tastoni per raggiungere il bagno, mentre il freddo lo permea fino alla punta dei capelli.

Accende la lucina della specchiera e piscia, sigaretta già in bocca, poi si scrolla l’uccello e nel mentre, per ottimizzare i tempi, fa scorrere acqua nella doccia, infilandoci il naso a più riprese in attesa della temperatura ideale.

Quattro tiri e la cicca vola giù, sul greto del fiume, scaraventata dalla finestrella del cesso, lui è già dentro, sorride sotto il getto bollente che gli calma i brividi.

È l’unico modo per rendersi conto del senso di rotazione cosmico. Per sintonizzarsi al brucio sul cumulo di faccende improrogabili.

Attraversa il salone, gocciolante, con un asciugamano giallo legato in vita. Afferra un ciocco ben secco dal bancale e lo lancia nel caminetto, a rinvigorire la brace ancor viva.

Tavolo, divano e televisore. Notizie fresche di frigo, latte e caffè, biscotti caserecci e un cucchiaio di miele. Inghiotte tutto alla svelta, non ha tempo da perdere, poi rutta sonoramente mentre in tv giovani pornostar si dimenano a pubblicizzare linee erotiche.

Al lato opposto la Guzzi fa bello sfoggio di sé, sul cavalletto laterale, tronfia e lucida nel suo giorno libero.

Ancora lucifugo Testa di Razzo cerca tentoni una tuta da ginnastica nell’armadio. Ci infila su un paio di calzini da montagna, gli anfibi, un piumino smanicato vecchissimo e liso.

Si calca un basco militare sulla testa riccia, lancia nello zaino una bottiglia d’acqua, una birra, frutta, cioccolato e fichi secchi. Prende un coltellaccio dalla rastrelliera, lo infila nella tasca esterna, chiude le zip e aggancia al tutto l’indispensabile seghetto, che ciondola ad altezza chiappe col suo paralama verde.

È pronto per l’autobus delle 5 e 59.

Nel quarto d’ora abbondante che intercorre tra la sua fermata e quella di fronte alla ditta dove lavora, ha modo di osservare il fuori, le case grigie e umidicce, la poca gente sui marciapiedi, i veicoli che si muovono in punta di gomme, appena prima che il mondo si svegli, che la notte grata lasci il campo ad un’altra giornata frenetica.

Nuvole sfilacciate centellinano il barlume d’alba che le sorprende alle spalle. Testa di Razzo scosta il cancello della Ca.La.Mar e balza sul vecchio Fiorino, abbassando i finestrini per farne uscire il tanfo di moquette umida. Il diesel sbuffa e tossisce, poi a poco a poco prende il regime di giri necessario e si schioda in una densa nuvola di fumo nerastro.

Dopo un breve tratto di litoranea, sulla sinistra, una stradina s’inerpica: è la svolta per San Poldo, quattro chilometri di curve assassine senza alcuna barriera di protezione. Il mezzo sgangherato procede a passo d’uomo lungo i tornanti singhiozzando e fumigando lentamente. Al termine della strada c’è un grande spiazzo sterrato con un lampione fioco ad un lato.

Bisogna girare il furgone col muso a scendere, in caso di proditorio attacco delle guardie ecologiche. Poi smontare velocemente, prendendo sega, zaino e fune ed avviarsi lungo il pendio scegliendo il versante più in ombra.

All’altro lato del piazzale una Panda ondeggia nella bruma dell’alba, compiendo insolite evoluzioni. Transitando a qualche metro dal lunotto, Testa di Razzo vede il sedere di uno degli occupanti, tondo e di sesso femminile, ondeggiare al chiarore dell’unico lampione, a tratti in ombra e a tratti perfettamente illuminato.

Rallenta appena il suo passo e gli torna in mente la sera di carnevale, quando prese Alessia nel retrobottega, complici i molti sorseggi e una simpatica erbetta scovata da Edo in un negozio di smart drugs.

Lui era vestito da clown, lei da fatina sexy. Aveva una scollatura da urlo e la mascherina le copriva quasi del tutto il viso.

Non sorridere, Alessia, per favore, che ridere a carnevale è così banale…

Edo e Sergio il Fenomeno , sbronzi come cani, dormivano fuori dal locale stravaccati dentro la vecchia Citroen, con lo stereo a palla.

Uno era mascherato da pirata, l’altro da transessuale.

Non davano fastidio.

Lei iniziò il gioco, attirandolo con una scusa e mordicchiandogli il collo. Poggiarla sul bancone dei gelati, sollevare le larghe volute della gonna ed entrarle dentro fu un gioco da ragazzi, liberando alla vista quel seno prorompente e strizzandolo tra le mani.

In poco tempo raggiunsero un livello di eccitazione animalesco e sonoro da svegliare tutto il vicinato. Alessia gridava come un maiale scuoiato ed ebbe in breve un violento orgasmo.

Poi, quando sollevò la maschera per terminare il lavoro con la sua boccuccia, Testa di Razzo, alla vista di quel palato da piranha, trasalì.

Non venne e anzi, gli si ammosciò all’istante. Vergognandosi a bestia,

trovò la stupida scusa che Sergio doveva riaccompagnarlo e l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto.

Alessia non gli parlò per due settimane, rovesciava il negroni fuori dal bicchiere fingendosi distratta, portava invitanti vassoi di stuzzichini assortiti a tutti tranne a lui e sbagliava di proposito la dose di menta nel vodka stinger, rendendolo imbevibile.

Poi fecero pace e tutto tornò come prima, eccetto gli incubi notturni: da allora lui sogna in maniera ricorrente cosce tornite, fianchi stretti e seni perfetti e alla fine una bocca di squalo che inghiotte tutto.

E si sveglia sempre sudatissimo, cazzo eretto e cuore in gola.

È l’alba. Il ragazzo della Panda scende a pisciare e saluta con un cenno del capo. Senza scusarsi minimamente per la sua figura da guardone, Testa di Razzo prosegue lentamente lungo il pendio in cerca della sua preda.

le tavole della legge

Una notte, molti anni fa, riposavo placidamente nel mio candido lettino, quando una voce, da fuori, mi chiamò a chiare sillabe.

Sulle prime stetti ad ascoltare, nascondendomi sotto il piumone, ma a poco a poco l’ansia si stemperò in curiosità e, con le gambe tremanti e il cuore in gola, spalancai la finestra che affaccia sul giardino.

– Chi minchia sei? – urlai.

– Sono Mosèr! –

– Ma, scusa, che vuoi da me, io non ho mai fatto ciclismo su strada! –

– Devo darti una cosa, vieni all’alba sul monte Figogna e lì ti apparirò. –

– Belin, è lontanissimo da casa mia, posso venire in vespa? –

– Vieni come cazzo vuoi, basta che vieni. –

La faccenda mi appariva quantomeno strana, io ero un grande appassionato di Mountain Bike, ma su strada avevo paura e non ci andavo da quando l’Apecar dell’idraulico Parodi mi agganciò con lo specchietto laterale, imbelinandomi giù da un dirupo.

Mi ruppi il naso e due costole, purtroppo la bicicletta si annodò su se stessa in maniera inestricabile e non potei più utilizzarla.

Fatto sta che mi misi i pantaloni, l’eskimo e, lentamente, nella brezza notturna, mi avviai.

Il monte, sulla cui sommità si erge il santuario della Madonna Della Guardia, è luogo sacro per i genovesi e tutto ciò, ad un agnostico quale io sono, metteva un sordo e lugubre brivido lungo la schiena.

Giunto dopo una lunghissima serie di curve ai suoi ottocentoquattro metri, rimasi fremente in attesa per alcuni minuti, poi un boato squarciò il cielo e si vide una luce intensissima dalla quale scaturì un raggio antigravità simile a quello di Goldrake.

Ne discese Francesco Mosèr, con in mano un grosso concio di pietra.

Era bellissimo e aveva ancora addosso la casacca bianca e azzurra della Molteni, con cui aveva vinto l’ultima Milano Sanremo.

Mi disse:

– compagno, queste sono le tavole della legge! –

– si, e come me le porto giu? Non mi stanno nemmeno nel bauletto! –

– un tirante elastico basterà… –

Le lessi avidamente, ma c’era scritto un solo comandamento, che recitava:

“impara a farti attentamente i cazzi tuoi, altrimenti potrebbero in pochi istanti divenire di pubblico dominio: il mondo è zeppo di  rane.”

– Ma, Francy, io queste cose le so bene, chemminchia me le scrivi a fare?- gli dissi

– Repetita iuvant.- sibilò lui con un sogghigno e disparve.

Misi a fatica il tutto sulla vespetta e mi avviai verso casa, giurando mille volte a me stesso di farne tesoro.

Ecco, a distanza di così tanti anni, posso affermare d’esser stato quasi un agente del KGB.

Tuttavia, ogni qualvolta io sgarro, mi vien da ripensare a questo fatto.

assioma del belino ad elica

Prendiamo un generico individuo, normodotato in tutti i sensi e con una normale vita fatta di famiglia, lavoro e relazioni sociali standard.
Studiamone il comportamento notturno, con particolare attenzione alle ore di sonno di cui riesce a beneficiare, rapportate alla totalità della giornata solare.
L’individuo, escluse minzioni cadenzate, potrebbe dormire ininterrottamente anche 24 ore.
Non lo fa per le turbolenze generate da una insostenibile rotazione di belino.
Egli, allora, si alza e mette in opera una serie di comportamenti prescelti a seconda della sua scala di valori.
Preparare il caffè, accendere il fornello, spogliarsi, fiondarsi in doccia, bere il suddetto infuso marrone, fare barba, lozionarsi, mettere il gel, scegliere l’abito e così via. Non necessariamente nel descritto ordine.
Tutto questo per ridurre il regime di rotazione belinico.
Sembrerà strano, quando la nuova Yamaha R6 raggiunge i sedicimila giri al minuto.
Mentre l’individuo generico, nella sua ricerca di "tiro" ai bassi regimi, manifesta una volontà bicilindrica.
Ovviamente egli raggiunge il suo scopo solo se riesce, con destrezza, ad incastrare le operazioni serenanti in maniera armonica, nell’unità di tempo concessagli dal tipo di vita che conduce.
Se il caffè erutta a mo’ di geyser mentre sta ancora facendo la doccia, ecco che lo scopo prefissato andrà mestamente ad arenarsi.
Non c’è cosa che faccia girare il belino come un fornello da ripulire e una guarnizione bruciacchiata da sostituire alle sette di mattina, quando hai l’autobus alle sette e zeronove.
Ora noi poniamo che l’individuo preso in esame abbia ottimizzato i suoi comportamenti-freno e si appresti ad iniziare con serenità la giornata.

Da qui in avanti, ogni ulteriore manata sull’elica è da considerarsi deleteria.
E il mondo, fuori, è  una selva di manine adunche.

dopo la cena, allo stesso modo…

– allora iersera ero a cena con la “psicoterapeuta” per valutare con esattezza le possibilità reali.

Edo tamburella con le dita sul bancone pieno di crostini di pane raffermo e olive taggiasche in salsa piccante.

Si vede chiaramente che deve avere un enorme rospo in gola, qualcosa che non riesce bene a decifrare o che cozza sulla sua infallibile logica.

E l’amica del cuore cui confidar magagne, da lui definita con nome clinico, non gli dev’essere servita granché.

Ogni cinque minuti esatti esce a fumare, girellando avanti e indietro sotto la veranda. Poi si stufa, attraversa la strada e vaga ancora un po’ sul lungomare,  scavalca il muretto, scende in spiaggia e continua a girovagare come un folle a larghe falcate, col cellulare in mano e il giubbotto aperto.

In due balzi riappare, posa la giacca e riprende il discorso esattamente al punto in cui l’aveva lasciato. Bestemmiando per le scarpe inzaccherate di sabbia bagnata.

– vedi, perché lei l’altra mattina era quasi sorpresa della mia fuga precipitosa e vagli a spiegare che era solo l’effetto ostrica, a me succede sempre quando una situazione si discosta anche minimamente da quanto mi ero immaginato.

Effetto ostrica: non fa una grinza. Quando qualcosa di una persona ti urta, metti via il muso spavaldo e, al primo spiraglio, scappi a gambe levate.

Testa di Razzo posa il cappello e si gratta la testa, come a voler scovare un antidoto contro quel fiume in piena.

– ma ti sembra il modo di comportarti? Quando riuscirai a giungere ad una decisione autonoma? Rompi le palle al mondo per farti un’idea precisa su una persona e poi se non collima con quella che avevi ti incazzi o ti eclissi. Ma perché ti sopporto?

Edo sembra un pazzo. I capelli chiari scarmigliati sulla testa e sudaticci, una camicia bianca col fregio anteriore, alla Diego Della Vega, sbottonata fino all’ombelico.

   animale che sei, tu e le tue teorie, vuoi capire che la Susy mi squizza il cervello dibbèstia?

Rimangono lì, imbambolati a guardarsi di traverso.

Un grosso gatto rossiccio si è posizionato comodamente sul sellino in pelle della Guzzi, parcheggiata a un centimetro dalla serranda laterale. Sembra osservarli gesticolare. Quella lato strada è già abbassata, Alessia la tira sempre giù all’una precisa, in modo che la polizia non le faccia storie. La si sente ticchettare sulla tastiera, nel retrobottega, disinteressata alle solite dispute. Fare cazzate e pretendere che qualcuno le ripiani, le riassembli al posto tuo, volendo per giunta che ti si dia ragione.

No, non le interessano certe cose, nella vita non si deve mai azzardare ad ogni costo: si fa il passo lungo come la gamba e se è corta pazienza, pensa, mentre sta digitando frasi a caso in una chat per adulti.

La piccola foto del suo posteriore perizomato, con in bella vista il tatuaggio maori, sta dando gli effetti desiderati. Webcam puntata sulla maglietta azzurra, che solleva con consumata abilità ogni qualvolta le si chieda di mostrarsi.

Ché, diciamolo, Alessia in viso non si può guardare, con quei capelli sempre unticci, i denti lanciati a caso sull’arcata e gli occhi chiarissimi e rivolti in giù.

Ma tutto il resto è di ottima fattura, eccome.

Sono le due. Il Notturno fila veloce sul rettilineo della Litoranea, semivuoto, sciabordando tra le pozzanghere sotto una luna gigantesca.

Tre ragazzi un po’ troppo cresciuti sono chiusi dentro un bar chiuso.

Uno di essi ha le tette fuori.

Le lampare, lontano, sono solo puntini sfocati.

 

Bar Enea

Sgabelli in skai verdolino nella saletta del bar Enea, deserto, in una giornata di pioggia.

Luci a spot sopra il bancone riflettono briciole stantìe sulla fòrmica gialla.

Segatura sul pavimento. Qualche fuochista si avventura furtivo agli angoli della macchina del caffè.

Una signora sulla cinquantina impreca, appiccicata al videopoker.

Sono le sei meno dieci.

Tra poco i ragazzi saranno tutti qui, bevendo un intruglio di Martini, Aperol e selz, la classica “bicicletta”, alla modica cifra di tre euro. Sono sempre ragazzi, anche a trent’anni, ci faranno divertire.
Edo il Rapace è già sotto la veranda in tela gialla, fuma e urla al cellulare, nel suo slang che conosce solo lui.

“eh, Polly, sii clemente, ieri mi son svanito di cellarti, era sul tardazzo e avevamo assai sorseggiato lungo il bulevàrd… se passi stasera tiriamo il collo a due birilli, ci giriamo uno stuozzo e poi molleggiamo un po’ sul divano…”

E questa non è che una “conversazione romantica” con Marina, una sua ex, da lui soprannominata con un brano dei Nirvana.

Intanto, dentro, è ora di mettersi al lavoro: dividere in otto parti i tramezzini sopravvissuti alla pausa pranzo, in dodici le pizzette e le focaccine al formaggio. Mettere su le frittelle di baccalà e tagliare a cubetti il polpettone. Pulire e fare a striscioline le verdure per il pinzimonio.

Rabboccare la bottiglia della Belinowskaya con una convenzionale vodka da ingrosso, in boccione da cinque litri.

Oltre l’unica vetrina lato strada, autobus grigi di fanghiglia nebulizzano acqua sporca. Scooters inzuppati centrano pozzanghere, schizzando vecchiette dagli ombrelli malfermi, a motivi floreali, cimeli di chissà quale epoca.

I due tipi di vecchiette. Quelle che attraversano al rosso con la borsa della spesa e il braccio alzato in una specie di saluto romano, quasi a farsi scudo dai veicoli assassini. Che puntualmente le stirano.
Quelle che si fermano esattamente sulla mezzeria e, folgorate dall’apparizione di una divinità locale, rimangono lì, un passettino avanti e uno indietro, finché un’anima gentile non si ferma, scende e le accompagna dall’altro lato.

E tutti giù con clacson e bestemmie, all’unisono, che sul bagnato i coglioni girano di più.

L’odore del mare quando piove. Di salmastro morto, di fogna, di cane zuppo.

Una vita in cui non succede niente e forse mai è successo alcunché.

Otto-dodici e trenta. La moto sotto una tettoia adiacente la fabbrica.
Tuta cerata idrorepellente, un viaggio di quindici minuti ed una pastasciutta calda, preparata al volo. Qualche frutto sbocconcellato, un po’ di gelato dal freezer, caffè e grappino.

Poi, con un cannone tra le labbra, Testa di Razzo si siede sul divano, accende il lettore  e si gode la seconda metà di un vecchio film di Fassbinder, ché iersera è svenuto dal sonno.

Bolwieser – la Moglie del Capostazione.

Addormentandosi pressoché all’istante.

Lo sveglia il Rapace, lanciando un sasso contro la persiana.

Lui accende il vecchio Nokia Trentatredieci e ci sono ben quattro telefonate del suo capo. Sono le sei e dodici minuti.

Qualcosa occorrerà inventarsi.