finta gioia

– Antonio, corri qui da papà, suvvia… non importunare quelle due signore!-

Il ragazzetto si volta di scatto, quasi indispettito, come se qualcuno stesse a distoglierlo forzatamente da un ragionamento troppo importante.

– Ma papà, ci volevo raccontare del sogno che ho fatto stanotte che c’erano dei dinosauri feroci e poi la mamma con la spada veniva a salvarmi e ci tagliava la testa a tutti quei dinosauri cattivi….-

L’uomo si alza e va ad abbracciare il figlio, entrambi hanno uno sguardo liquido e velato. Guardo Tiziana ed abbiamo già capito tutto. Rimaniamo in silenzio, senza fiatare, osservandoli.

Chiudo il libro che stavo leggendo.

Poi, quasi a scusarsi:

– Da quando Maya non c’è più, lui si comporta sempre così. Cerca qualcosa di lei in ogni donna che incontra. Col tempo passerà.

– Cazzo è Maya, un’ape? –

fa Tiziana, spegnendo a terra la cicca con la sua usuale finezza e mordendosi la lingua subito dopo.

– Scusami, neh, sono un’imbecille nata, era solo per levar via un po’ di tensione, si taglia col coltello…

– Maya era sua madre, eravamo separati dal 2002, il cancro se l’è presa cinque mesi fa.

Un attimo sembra durare un giorno. Ogni tanto fulmino la mia amica con un’occhiata nera, per una volta che incontriamo un quarantenne che non parla di palestra, politica o viaggi esotici in paradisi lontani.

E che non ci fissa le zinne al vento o il taglio del mini tanga.
E’ sicuramente del luogo. Ha una cadenza ligure suadente come una ninna nanna e quella tipica carnagione cotta dal sole di chi al mare ci va già a Marzo, tanto gli basta attraversare la strada.
Noi tre giorni fa eravamo mozzarelle piemontesi in vacanza. Abbiamo profuso un certo impegno per ottenere una tonalità ambrata, evitando di abbagliare i bagnanti.

Antonio viene a sedersi nel mezzo, riempiendo le stuoie di sassolini grigi.

Prosegue il racconto, la mamma con lunghi capelli scuri spettinati dal vento e occhi feroci color brace paralizzava i dinosauri che volevano ghermire il piccino.

Poi estraeva una spada argentata e…

– Piacere, mi chiamo Giovanni Rossi e vivo qui, a Diano Marina, da sempre.

– Piacere, Claudia.

– Piacere, Tiziana.

– Noi siamo della provincia di Cuneo.

Si alza ed avvicina il suo asciugamano. E’ assai più alto di quanto immaginavo, merito delle gambe lunghe in rapporto al busto. Biondo e con un viso affilato ed ossuto, frequente nella gente di qua, capelli ricadono sulle spalle formando piccoli ricci, laccati dalla salsedine.

Ha un grosso tatuaggio sulla schiena, che raffigura un sole azteco.

A Tiziana piacciono i tatuaggi. Io li odio.

Scopriamo che ha una piccola ditta di serramenti in alluminio e che percorre spesso le nostre strade col furgone, per effettuare le consegne.

Un pomeriggio intero passa come un lampo, parlando tranquilli delle nostre vite, evitando accuratamente gli angoli bui.

Antonio non gioca coi ragazzini coetanei, si appiccica alla mia amica e si assopisce tra le sue grandi tette. Lei ci guarda, masticando fragorosamente il suo chewing gum.

Poi è ora di congedarsi, ci stringe la mano, il bimbo bacia le nostre guance, con una boccuccia che sa di succo di frutta alla pera.

Giovanni carica lettino, stuoie ed asciugamani su un piccolo carrellino a due ruote, si getta in spalla uno zaino traboccante di secchielli e formine e, lentamente, col figlio per mano, taglia in diagonale la spiaggia  e svanisce sotto il voltino della ferrovia.

– Cheppalle, sti due…

Fa Tiziana, accendendosi una sigaretta.

Non le rispondo, rituffandomi nel libro.

osso di seppia

alfa_romeo_duetto

Così chiamavano l’Alfa Romeo Spider 1300 a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, per via della forma arrotondata del suo posteriore, sfuggente eppur così affascinante.

Sinuoso, erotico, irresistibile. Tanto che, vent’anni dopo, le rare superstiti erano ricercatissime da chi voleva darsi un tocco fricchettone e un po’ snob, o da puri e semplici estimatori del modello.

La mia Dyane color cacchetta ferma in strada, col motore acceso. Un nodo alla gola nel salire le scale, volando i gradini a due per volta, capelli sudaticci incollati alla faccia, paura che sale in cerchi caldofreddi formicolanti, dagli alluci alla testa, stagnando insopportabilmente a livello dello stomaco.
C’era molto sangue, entrando in casa. Per lo più rappreso, chiazzava le pareti in schizzi e brandelli che, nella mia fantasia di ragazzo avvezzo ai B-movies, erano sicuramente pezzetti di organi estratti da un corpo e sparsi in giro così per fare un po’ di scena.

Un puzzo insopportabile saturava l’aria, serpeggiando vorace.

Chi aveva fatto il lavoretto, non certo professionisti del mestiere, aveva divelto tutto senza alcuna distinzione. Il tavolo spaccato in due, le suppellettili disintegrate senza dignità in cumuli disomogenei. In fondo al lungo corridoio la porta del bagno, la cui finestrella, unica via di fuga, dava su un cortile interno marcio di detriti e pantegane.
Pareva ci si fosse sbizzarrito un maestro d’aerografo, su quella porta. Invece no.
Lì in fondo, infine, spiaccicato tra la vasca e la tazza del cesso…

Vennero i carabinieri.

Un viavai ovattato di personaggi loschi, spettri smagriti e smunti, lungo i vialetti sbrecciati e tra l’erba lurida, quasi nascosti come ad esser troppo fatti per aver la forza di non farsi vedere.

Poi venne mia zia, sotto braccio ad un vicino di casa, col fazzoletto davanti alla bocca.

Risalendo in macchina, dopo aver metodicamente arrotolato il tettuccio di tela, non sentivo niente.

Ero incredibilmente tranquillo, sofficemente insensibile e percepivo ogni mio organo diventare molle, come in quella scena del film “The Wall”.

Guidai a venti all’ora fino ai laghetti di San Pietro, mi girai una canna sulle panchine in cemento di fronte alla chiesa diroccata.

Poi mi spogliai completamente e immersi nell’acqua gelida, tenendo fuori soltanto il naso, come gli ippopotami.
Qualche ora dopo ripresi funzioni vitali, ma non ero più lo stesso.

Piedi di uomini in nero portano una cassa da morto sulle spalle, osservo da accucciato, vomitando caffè e cornetto appena ingurgitati nervosamente al bar Centrale.
Piedi che trotterellano, incolonnati, risvolti di pantaloni tutti uguali danzano a coprire scarpe stringate e lucide, nere anch’esse.

Odore di miscela, lo senti meglio da inginocchiato, perché va rasoterra.

Campane, in lontananza.

Poi più nulla.

Mio cugino Pasquale aveva un Duetto Osso di Seppia, lo custodiva gelosamente in un garage lindo come una sala operatoria, coperto da un telo grigio.

Ci girava la domenica, per andare al mare a Vesima. Aveva molti soldi e una vita strana. La gente del quartiere, parlando sottovoce, diceva ch’era uno spacciatore, uno tra i più grandi e imprendibili.

Ma, alla fine, c’è sempre qualcuno che corre più veloce di te.