Dopo la pioggia vien sempre il sereno, nei film.
Ed anche nelle frasi fatte, in quelle fatte di roba buona.
Qui invece dopo un acquazzone ne viene un altro e un altro e un altro, all’infinito.
E magari domani grandina forte, o viene giù un metro di neve.
Intanto noi stiamo lì, fermi, a piedi scalzi e con le braghe arrotolate in un palmo di fanghiglia, a guardare il cielo, pregandolo che smetta.
Non basta.
E’ ora di bruciarlo, il cielo.
Archivio mensile:ottobre 2008
portare in giro un architetto torinese.

Lo scalone dai larghi gradini mattonati.
Giustapposizione ormai precaria di ogni singola tessera in un mosaico urbano.
Particolari sempre riconoscibili, quindici anni ne fiaccano la struttura ma non cancellano il cumulo dei ricordi che, nascosti in ogni angolo, attendono soltanto il momento di venir fuori.
Lo scalone è stato l’inizio di ogni mia giornata, per molti anni.
E percorrerlo dopo il "tour gastronomico della farinata e focaccia al formaggio" non è agevole.
La farina di ceci provoca fiatone.
Mantenere l’organismo centrale di un complesso religioso martoriato dalle "bombe alleate" e costruirci attorno un edificio che ha di attinente al contesto soltanto la copertura in ardesia, essendo stato realizzato totalmente a bande verticali vetrate.
Nel 1990 sembrava un’astronave che qualche alieno incauto aveva posato lì, atterrando erroneamente sui resti di un vecchio convento. E che la popolazione curiosa iniziava a poco a poco ad abitare.
Oggi, sembra pazzesco dirlo, si integra alla perfezione.
Ed è ancora bella nel suo complesso, cattura lo sguardo.
Nonostante i gradini sbrecciati, le decine di macchinette distribuitrici di alimenti e bevande posizionate negli slarghi dove c’erano i divanetti, le porte antipanico riverniciate e già mezzo divelte.
Nonostante il bellissimo giardino al piano terzo somigli oggi ad una succursale della foresta pluviale amazzonica, ulivi a parte, rigogliosissimi e di cui ti porti i frutti spiaccicati sotto il carrarmato delle scarpe lungo tutti i percorsi, le scale, le aule dalle porte vetrate.
In cui siedono ragazzi che potrebbero essere figli miei e che non ho mai incontrato nemmeno per un Bloody Mary.
Compagni d’avventura sopportano in silenzio mentre li conduco in alto. Si guardano attorno e salgono. Fanno due foto dal terrazzino dell’ultimo piano, mio luogo prediletto, dove si fumava dopo il caffè prima delle lezioni pomeridiane.
Perchè la mia città dall’alto è bella e riempie il cuore anche se piove e tira una tramontana da gelare le ossa.
"Belìn, Genova è tutta scale" disse un mio amico dopo che avevamo fatto a piedi le scalinate di Oregina, le mie "scorciatoie". Davide ha ragione. E’ una città-gradino, una città-funicolare, con elevatori-transformer che vanno un po’ verticali e un po’ in piano.
Anche la sua Facoltà di Architettura è un’infinita serie di gradini, gli ascensori si aprono come cozze e ti chiudono dentro, ma poi non ne voglion sapere di partire.
Quindi devi farteli tutti a piedi.
Però, quando sei in cima e hai la lingua di ciniglia, è bello.
Tanto.
[foto presa da Flickr, post dedicato a Silvia e a suo fratello che ci ha sopportato tutto il giorno. E dedicato anche a me]
ode all’autunno (mantra anti-recessione)
I pomeriggi plumbei trascorsi in un battibaleno come spugne improvvise, guardare fuori mentre piove, osservare le ultime foglie gonfie d’acqua cadere al suolo.
I colori struggenti ed irripetibili del bosco autunnale, cappelli scuri di porcini scovati tra i cespugli con un tuffo al cuore quasi fossero piccoli tesori.
Il mare fuori stagione e il suo profumo così differente rispetto alle mille persone, imbonitori, cremine, radioline, cagnolini dell’estate. Ripulito dalle chiazze d’unto delle barche ormeggiate quasi a riva.
La Sopraelevata tutta per me appena spiovuto, fatta ai trenta all’ora per guardare le case, senza lampeggianti blu nei paraggi.
I Sigur Ròs di sottofondo tutto il giorno, cibo per una mente lenta in una città lenta.
Il suono potente ed evocativo della ghironda, l’arpeggio iniziale di Fade to Black, il canto suadente di un quattro cilindri giapponese fatto trottare placido sotto i cinquemila giri.
Le urla di cento bambini usciti di corsa dall’asilo a calpestare un tappeto giallo di foglie d’acero.
Le persone vere, quelle poche, vicine e lontane. La voglia di parlare con loro del tempo, dei funghi e di quest’autunno bellissimo e decadente che stenta a venire.
La bella solitudine e la quiete.
esperimenti
Vorticoso, oltre il cartello "fine della notte", un mare nero più del cielo urla liquame in pergamene arzigogolate.
Stanco procedo a slalom tra le ultime puttane, prima del click dell’orologeria sovrannaturale, le osservo, innalzate come vecchi bastoni, farsi sotto il fascio dei fari. Minacciose, compassionevoli, iperutilizzate.
"…vieni, io sùkia, io fa l’amore, io fa tutto per te…"
Rincasando, all’alba, piango distratte lacrime di spuma finta sul cruscotto.
capodistria.
"chi non ha memoria del suo passato, è un belinone"
[proverbio du Barba Baciccìn]
Micio doveva il soprannome alla sua somiglianza con un grosso gatto domestico, guancia gommosa, baffetto quattordicenne ormai in odore di lama, lasciato fluente per ragioni di comodità. Lui era Bassista, ma in realtà col basso sapeva fare pochissime cose. Il pomeriggio si sedeva nella saletta al piano seminterrato dove suo padre aveva costruito un forno per le pizze, in modo che noi ragazzi passassimo le sere lì anziché andare a farci dei cannoni in giro o sbevazzare gotti inutili da mattino a sera.
Blump. blump. blump. Già il solo vibrare degli accordi più gravi dava un senso di potenza inaudita, faceva sciogliere il suo enorme cuore di gattone tranquillo.
Mi sembra di vederlo ancora nell’atto di accendersi una siga, infilarla tra le corde a fine manico (lo aveva visto fare da Jimmy Page) e partire col giro di "Black Dog", enfatizzando ogni gesto come una consumata rockstar. Poi dirmi tra i denti: – "ehi, Big Nobo, piglia su i bonghi e ritmami dietro".
Già, Big Nobo: abbreviazione di Big Nose Boy, in quanto da ragazzo avevo un viso magrissimo e il naso era già grosso come ora, i conti fateli un po’ voi.
Poco dopo arrivava Echidna, perennemente in ritardo, con una cassa di birre Dreher sottobraccio, per farsi perdonare. Sapeva suonare solo la pianola ma era un simpatico istrione eppoi, da quando aveva scoperto l’esistenza di quell’animale dal nome strano, aveva acquisito un nonsochè di fascino esotico. Salutando con le corna alzate come un vecchio metallaro, ma tutti sapevano che lui ascoltava Cristina d’Avena fino all’anno prima. Ekidna! Yeah!
Per ultimo Capodistria, il cantante, chiamato così per via dei suoi enormi padiglioni auricolari, due ventagli di cartilagine sottilissimi che se osservati controsole assumevano colorazioni spettacolari. E tutti dietro in fila a guardargliele.
Allora si faceva crescere i capelli ma il bordo del padiglione sporgeva lo stesso dandogli un aspetto da scimmietta portafortuna, di quelle che si appiccicano al cruscotto col taca-taca. Vocalmente era dotato, anni e anni a vardar le pecore avevano conferito una sorta di growl al suo tono naturalmente rauco. Suo difetto era il fatto che ignorasse la lingua italiana. Utilizzava soltanto una sorta di dialetto ligure a sua volta interpolazione di un paio di ulteriori dialetti liguri differenti tra loro.
Due anni più anziano, aiutante piastrellista di suo zio Amerdeo, si presentava verso le diciassette e trenta, al termine del turno di lavoro.
Tirava subito un paio di scorregge fragorosissime, allo scopo di riscaldare un po’ l’ambiente e qualche scatamirro radioattivo dalla finestra, per schiarirsi la gola.
A quel punto eravamo pronti per iniziare la performance.
bellucci
"…..è seduto, un po’ in disparte, accanto al distributore delle bevande calde – curiosamente piazzato così vicino al reparto rianimazione, come se un caffè potesse contribuire a ridestare gli sventurati.
In grembo stringe, ben impacchettato, il regalo di compleanno: un gabbiano di legno da appendere al soffitto – e da far volteggiare maestoso sopra le macerie dell’alloggio di Imelda….."
Bellucci è il nome di un’attrice bellissima e spocchiosa, di un brevilineo attaccante della Sampdoria e di una stretta via che sale dalla Nunziata verso Castelletto. Ma è anche il nome di uno strano poliziotto che mostra un coraggio da leone più di quanto lo considerino imbelle e indeciso.
"…..la città pare un gran copertone da tir, abbandonato a sciogliersi in un fosso lungo la strada…."
Invece Ricky è bravo, parecchio.
quarantanni.

Ehi, ma com’è vivere per quarant’anni?
Eh è una cosa che ti sembra strana da ragazzetto, ma poi quando ci arrivi di volo e pensi "belin ho quarant’anni" è troppo tardi e li hai già superati.
I quarantenni medi non scrivono sui blog, no. Si tengono del tempo a disposizione, magari per un secondo lavoro, per far vivere meglio voi gnomi.
Non han mica tempo per queste belinate.
Poi certo gli piace la plèistescion e i siti per scambisti, ma questo è un altro discorso. E magari gli piace anche Second Life. Volendo anche Third Life, quando lo inventeranno. Hanno tante vite, i quarantenni, e tutte più semplici della vita reale.
Ma scrivere no, non gli garba. E’ fasciarsi la testa di troppe belinate, sai. E poi è inutile, non dà soldo.
Ma lo sai che io a 18 anni ascoltavo "live fast, die young" dei Saxon he erano nazistoni ma io non lo sapevo. E vedevo i 40enni così vecchi ed esausti, andare avanti a tresette e bianchiamari, mi sembravano anziani, stanchi, obsoleti, chiusi in un’anticamera della morte, soffice e lobotomizzata.
Li vedevo sui gradini di Palazzo Spinola, in piazza, tornare ciondolanti dal lavoro stretti in una tuta da operaio piena di grasso. O con una camicia vecchia e gualcita, chiazzata di bianco a calce.
"figgieu… studià pe vegnì sempre ciù scemmi" dicevano.
Guardando il nostro chiodo e i capelli colorati.
Dignità umana misurata a chiazze d’unto e gocciole di calcìna.
Io non ci volevo mica arrivare a quarant’anni. Pregavo il signore che mi prendesse prima. Ma ero ateo, quindi che cazzo lo pregavo a fare, infatti non mi ha ascoltato.
E poi quelli sposati e con figli della mia età. I quarantenni di quel tempo avevano figli di 18 che arrivavano a casa a notte fonda fulminati di cannoni d’erba e percezioni nella testa che non sapevano manco loro dov’eran girati. Avevano altri problemi. Una vita, degli schemi, uno scenario futuro possibile e distinguibile, le foto al mare con la zia anziana sempre sotto al tendalino, che il sole con l’erre faceva male…
E tali foto non finivano mai su féisbuc.
Semmai sul giornale se avevano fatto una rapina.
O macabramente su una lapide. Dove poi ti portavano a vedere lo zio che non c’è più e magari ha avuto un incidente d’auto ma sulla tomba c’è la foto del mare.
Ritagliando la zia sotto il tendalino di tela che ripete belin il sole è nocivo, c’ha l’erre.
Approposito di erre: facciamo pensieri che vanno per gradi, ragazzo: impara a pronunciarla, che poi a sei anni devi andare a scuola e a quattordici al liceo o a impararti un mestiere. E a sedici avrai la fidanzata.
meglio iniziare subito, và…
Che poi a quarant’anni, quando io ne avrò settantotto e magari sarò come Sean Connery o magari non ci sarò più, penserai:
"Ma quante belinate mi diceva, il mio babbo…"
(questa è una gran sega mentale, non un post-bacchettone. E’ un "non capisco ma mi adeguo" buttato giù da uno che ci mette ancora dieci minuti per scrivere un sms e che per lui il T9 è "quella cosa che ti ghe metti e parolle a bretio e ne sciortan giuste"…)