precisazione:

(quel che ho scritto, rileggendolo, appare spocchioso)

qui non si stilano teorie di vita assolute ed alle quali in qualche modo attenersi.
è in prima istanza un combattere l’omologazione.
un punto da cui partire.
se la maggior parte dei componenti questa società ha un pensiero comune e lo porta avanti, fa fronte compatto ed è difficile opporsi.
compattarsi, fare quadrato.
oppure andare contro.
l’esser tutti uguali, bravi cittadini che non si fanno domande, ci mangia, giorno dopo giorno.
lo vedete anche voi.
bambini già imboniti a 5 anni oppure ribelli con scatti d’ira assurdi in quanto non finalizzati all’ottenimento di qualcosa.
emulare il vincente.
 
regressioni apparentemente involontarie.
bambini che rifiutano il budino preparato dai cuochi dell’asilo e che alle quattro si avventano come lupi sulla merendina confezionata e la bottiglietta di coca cola portata dalla madre.
"produci-consuma-crepa", diceva quel tale.
bambini che crescono esattamente come devono crescere, rotelline funzionali al sistema, figlie di rotelline più grandi, che hanno imparato ch’esser funzionali al sistema paga.
fino al giorno in cui non paga più.
(ma questo loro non lo sanno)
tutta questa bella gente che sta di là e puntualizza anche con un semplice sguardo il fatto che tu invece stai di qua.
probabilmente nessuno di noi ha capito niente.
ma vogliamo provarci, a capire.
alternativo è una parola che odiavo.
se non c’è nulla fuori, se siamo sommersi dal nulla, è quantomeno assurdo essere-alternativi-a-qualcosa.
si è alternativi ad un qualcosa che si conosce e si ha l’intento di combattere.
ma se non c’è niente, se sei dentro a uno scatolone vuoto, allora conviene essere propositivi.
ecco il termine corretto.
proporre: siamo alla tabula rasa? costruiamioci sopra qualcosa.
magari un bel castello con i lego.
o un’officina con i ponti per tirare su le scatole craniche e vedere se c’è ancora un cervello, dentro.

però in fondo non è vero.
c’è molto:
solo che non lo si riesce a vedere.
o non si vuole.
oppure non si è preparati a.
"per mia formazione, cultura e convinzioni sarò destinato per tutta la vita a trovarmi d’accordo con una ristretta cerchia di persone"
diceva quell’altro tale.
sono d’accordo con lui.
ma non so se serva.

genitori alternativi

Ieri sera cena coi Genitori Alternativi, qui a casa.
Abbiamo fraternizzato lo scorso anno, esonerando da religione i nostri pargoli, troppo piccoli per essere già intortati. E a poco a poco iniziato a frequentarci regolarmente.
Siamo Genovesi, Napoletani, Salentini, Liguri dell’estremo ponente, Americani.
Abbiamo parlato, come sempre, prevalentemente di politica, di Saviano, Gratteri, mafie, compagnie portuali, antidoping nel mondo del lavoro, proibizionismo, del ponte sullo stretto, dei mille modi per farcela che a poco a poco si riducono a cento, dieci, uno (forse).
Di certa iconografia fascista adottata dall’"one man band" Berlusconi.
Divorando senza ritegno salame di Sant’Olcese, caciotta, lasagne verdi al forno, taglierini al sugo di cinghiale, cinghiale in umido con cipolline all’aceto balsamico (miei cavalli di battaglia).
Una crostata autocelebrativa per un compleanno già trascorso.
Bevendo barbera di buona levatura, Morellino, spumante e limoncino fatto da mia madre.
Terminando il tutto con una bella Hoegaarden ghiacciata, con fetta d’arancio.
I quattro pargoli hanno scorrazzato liberi per casa, travestendosi con tutto ciò che capitava a tiro.
Hanno fatto un gran casino, approfittando del fatto che l’appartamento al piano superiore è ormai disabitato, da mesi.
Sono bimbi svegli e curiosi, figli di genitori curiosi.
Che provano a galleggiare su quest’italia di merda.
Domani ci proveranno anche loro.

(adesso riordino casa…)

bianco

tutto bianco
come l’interno di una raffineria di coca a Medellin
non sciavo da vent’anni
cinquanta centimetri di legno in meno sotto gli scarponi
venti chili in più
vent’anni in piu di legamenti e muscoli e ossa e belinate varie incolonnate a caso.
ma mi ripeto, questo l’ho già detto.
capitemi, son vecchio e ho un po’ di arterio.
alla prima salita in seggiovia mi capita a  fianco un anziano savonese, Mario, settantanni da compiere tra pochi mesi.
mi racconta che almeno 3 volte l’anno lui viene su a sciare.
parte da solo con la sua panda 4×4
la moglie no, non viene, perchè non ne ha per il belino
poi in un’ora ci arrivi, anche con la panda
però tutto costa e c’è la crisi
questo è il punto
sennò lui belin se ci verrebbe.. salirebbe a sciare anche molto più spesso
che la crisi c’è solo per la povera gente
come no…
pé niàtri che nu gh’emmu de palanche
e ci impoverisce
ma nel frattempo quelli che si arricchiscono sulle nostre spalle, belin, sun sempre ciù ricchi e sgavèri.
non so se avete mai parlato con un savonese doc.
hanno un’enfasi tutta loro nel marcare le parole, nel sottolineare con tonalità di voce differenti i punti salienti del discorso.
fantastici
vabbè, voi non lo sapete, inutile ve lo stia a dire.
invitate un savonese a casa, la sera, e poi vedrete.
prendetene uno a caso, anziano ma distinto, fuori da un’osteria qualunque
invitatelo con insistenza, lui ci viene
sperimentate il vostro spirito antropologico e sociologico
se vi scola la cantina non è colpa mia.
nove di mattina
freddo barbino
siamo i primi
come i vecchietti alla Pam, quelli che sgomitano e ti piantano l’angolo del carrello nel fianco.
alla sommità lo "scivolo" d’uscita della seggiovia è ghiacciato
io pianto le racchettte ma niente.
finisco a pelle di leopardo.
poi non riesco più ad alzarmi
"effetto bagòne su vetrino da laboratorio"
tecnicamente così si chiama.
il savonese mi piglia per il colletto e mi rimette in piedi
poi mi guarda ripartire e sciare a spartineve.
"o belin se eri buono vent’anni fa sei buono ancora adesso, piàntila con quella posizione!"
mi ghigna
e poi svanisce nel nulla di pulviscolo farinoso sollevato dal vento.
è sera
dalla finestra del monolocale prestatoci da amica di famiglia vedo tutta la valle, le luci della pianura là in fondo racchiuse in uno spiccho a forma di "V" perfetta.
fuori il gelo dei millecinquecento metri, per chi vive a livello del mare, è insopportabile.
esco a fumare (dentro) il portone.
mi cade l’occhio sul parcheggio
osservo la mia minuscola Dacia strizzata tra decine di SUV giganteschi
un’Audi Q7, un paio di Volkswagen Touareg, qualche Mercedes ML, tre o quattro BMW X3 e X5, una Range Rover posteggiata tutta sghemba quasi in mezzo alla strada.
una Hummer tamarrissima tutta piena di lucine, parcheggiata a fianco di un enorme Dodge col paravacche cromato.
che se per caso incontri una vacca per strada ti dice
"belin che gentile e che belle cromature lucide!" 
una Volvo XC 90 fiammante
(a me le Volvo piacciono, lo ammetto)
l’unica non-suv è una Delta nuova di zecca con certi cerchi da diciannove pollici che brillano sotto il lampione.
c’è poco da dire, fratelli.
Mario ha ragione.

saluti a tutti.

saluti e baci.
ci vediamo poi.
qualora mi si sbriciolassero le ginocchia, venitemi pure a trovare in massa al reparto ortopedia, recando gustose bocce di vino rosso tra le unghiette.
i maroni invece mi si sono già sbriciolati nel ’79, è colpa della tramontana.
adesso occorre colla affidabile e molta pazienza per ricompattarli.
ah, per il vino:
ve ne sarò grato.

una giusta via di mezzo mancante

Un inverno così lungo condiziona anche il percepire
(l’inverno della crisi, dei metri di neve, dei conguagli stellari nella bolletta del gas)
Succede che qualcuno di noi si ferma anche un po’ a riflettere, sottolineando il vuoto normativo di questa primavera che fa una fatica bestiale ad erompere dal suolo gelato, con una bella pausa, uno stand-by reclamato e desiderato.
Uno, poi, magari esagera nel riflettere e gli si fonde il cervello.
O magari scopre che si sta sulle balle da solo.
Il punto è semplice.
Mi lamento troppo: diventerò, invecchiando, come quei mugugnoni che incontri dal besagnino, quelli che parlano da soli, arrivano dietro spintonando e urlando:
– Giovane, c’ero prima io!
– Giovane sta fava e comunque non vede che ho già le radici sotto le suole? Sono qui da venti minuti…
(Ma loro niet, non sono programmati per ascoltare.)
– O belin le zucchine, mìa quanto costano le zucchine.
– Ma per forsa, c’è la crisi, vedi che tutte le cose aumentano e c’è gli scaffali pieni che poi la gente mica li compra, siamo mica belinoni noi ansiani che l’abbiamo fatta quest’itaglia qui…
– Bravi, non potevate farvi un padellino di cazzi vostri?
– Eh voi giovani drughè caveluìn cosa ne sapete, io ero partigiano e sono stato anche a Matausen.
(Dio come li odio quando la buttano su quel piano lì…)
– Anch’io sono antifascista, ma non mi va di parlarne qui dal besagnino… Ehi, Mario, mi dai un chilo di quelle pere lì in offerta, sì quelle lì, mezze morte dal freddo…
– Eh avete un bel dire voi giovani antifascisti che non c’eravate quando c’era il fascio e invece io c’ero quando c’era e adesso quei tempi stanno venendo di nuovo….
(Poi quando la buttano così mi viene voglia di entrare nel bar a fianco, pagare un giro di biancoamaro e farmi raccontare tutta la storia dall’inizio. E magari di portargli la spesa a casa, settimo piano senza ascensore…)
PERCHE’ IO SONO ESATTAMENTE COME LORO!!
Un totem vivente di carogna urbana.
Mi sto avviando a diventare così, anche se ho quarant’anni in meno.
Sto bruciando le tappe, figgieu, aiutatemi.
Ho pochi amici fidati, ometti di grandissimo spirito d’iniziativa, che si sbattono magari a vuoto tutto il giorno e il belino gli gira, certo, ma solo negli spazi interstiziali, tra un’attività ed un’altra.
Invece io mi alzo già con un’elica nelle mutande, che non smette mai per tutto il giorno e di notte mi fa da ventilatore.
Non voglio finire nella schiera dei mangiati dall’accidia, di quelli che escono con la seicento convinti di guidare un iveco turbostar e tirano madonne dal finestrino fino a sgolarsi.
Mi piacerebbe, magari precisando ogni cinque minuti che "siamo nella merda anche se non ce lo dicono", riuscire a vedere oltre il mio naso.
Che si sa, è enorme e se c’è nebbia già vederne la punta è un signor vantaggio.
Ma una cosa è certa:
Non voglio finire nella schiera dei contenti per forza, degli imboniti cronici, di quelli che la mattina, appena alzati, si sciacquano il cervello col tantum verde in modo che non rimanga neppure uno straccio d’idea.

A quel punto preferisco girare i denti, come un pitbull.

E ululare alla sfiga nera, che se mi cade il belino mi rimbalza nel qulo.

on air:

"….sole sul tetto dei palazzi in costruzione
sole che batte sul campo da pallone…"

Sette di mattina, sole negli occhi, via dal turno di lavoro.
Oltre il distributore GPL la collina di un grigio spettinato, gusto inverno.
Un mondo a parte, solcato da camion lentissimi e lerci, in varie tonalità di sfumature terree, lascia talvolta spazio a qualche sprazzo di verde. Ma è una illusione.
Guido nel traffico della città che inizia a svegliarsi, il vetro sporco riflette i raggi, abbagliato ascolto la radio e qualcuno deve aver capito davvero il momento, azzeccato il punto esatto.

"…non aver paura di tirare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…"

Giunto alla sommità, una strada laterale a fondo cieco risale una valletta di case piccole e vecchie, campi ripidi coltivati a stento. La città è già altrove, un’altra pagina è voltata.
Tempo in fuga dalla feritoia laterale, lascia una scia sottile e non torna più.

"…e chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori tristi che non hanno vinto mai
e hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar…"

Ascoltando una bella canzone di trent’anni fa, come una parabola di vita.