chi non fa, non sa.

antola5
Quando i vecchi genovesi ti raccontano passate vicende, la sera, in quelle osterie di quartiere, un po' fuori mano, che in centro ormai son tutti locali di movida….
(…a Barcellona, mentre scrivo codesta frase, sogghignano…)
Dicevo, quando, con larghi gesti delle mani, ti narrano le cose di una volta, difficilmente affermano "…io ho fatto tutto giusto…" oppure "…ho avuto una vita alla grande…".
Piuttosto "…eh, sai, da giovane ne ho fatte tante di belinate…"
Intendendo, ad esempio, una grossa cantonata presa da una femmina, oppure "quella volta che ho sparato per sbaglio al mio compare di caccia riempiendogli il culo di pallini", o ancora una grossa somma persa al gioco, un veicolo d'occasione rivelatosi un pessimo affare e cose del genere.
Ma il significato usuale che io conferisco al termine belinata è "atto di dubbia utilità pratica che potenzialmente può arrecare danno all'esistenza di chi lo compie"
Ecco, noi siamo esperti in questo.
E l'ascesa notturna all'Antola, con mezzo metro di neve
(che secondo l'Ancient Citizen non doveva esserci)
(però il Monaco aveva visto la Uebcam del rifugio e diceva che ce n'era ancora molta)
ovviamente senza ciaspole, con luce frontale e fiasco di vino, parrebbe dimostrarlo appieno.
Adesso sono stanco morto, forse domani riprendo il racconto.
L'unico momento di sconforto, quando ho scaricato le foto ed ho scoperto che erano venute una chiavica, per via del vento che muoveva il cavalletto.
Però il cippo in ricordo dei caduti della resistenza, un minimo, si intuisce.

un sacco vuoto.

stamattina mi sono svegliato con il dito medio gonfio come un wurstel.
hai presente quelle mattine in cui ti senti un sacco vuoto
questo dito non sgonfiava nemmeno a metterlo sotto il getto d'acqua del rubinetto
vedi, quelle mattine in cui hai un senso di premonizione
ho consultato le mie letture da ipocondriaco ma non esisteva un rimedio sicuro contro il gonfiore
certe mattine escono storte e non ci sono possibilità di raddrizzarle
ho letto le mie enciclopedie d'ipocondriaco
ma, stamane, nulla avevo in casa che potesse lenirmi
esco di soppiatto ed incontro Pilàr, quattro figli di cui uno morto.
certi giorni ogni cosa prende la sua strada come se una lurida mano dall'alto tirasse le fila
uno morto di cancro a quattro anni, una piccolissima bimba che il male non lasciava sviluppare
certi giorni il vento riporta indietro funerali cantati, con fiati e  chitarre, d'un religioso fervente e non bigotto
mica uno al family day e l'altro a puttane, uno proibizionista e l'altro fatto di coca, uno filantropo e l'altro nazista.
certi giorni abbiamo davanti persone che ci fanno riflettere, potrebbero andare là e invece rimangono qua.
– chi te lo fa fare, dimmi, chi ti inchioda qua? giu in Ecuador ti stai costruendo una casa e qui ti spacchi dai sacrifici per levare dai guai il primogenito e far studiare gli altri due.
cosa ti spinge, oggi, in questo giorno di merda piantato in un mese di merda, piantato in un anno di merda, piantato in un decennio di merda, a rimanere in questo posto governato da gerarchi a molla.
che li stacchi e tornano di scatto al loro posto
dimmi, chi te lo fa fare?
– io sto qui perché dopo vent'anni ci sono affezionata ed è la città in cui avrei voluto crescere mia figlia.
le notizie politiche non le vedo nemmeno più, mi colpisce la cronaca, le madri che ammazzano i figli e i padri che portano a perdere le figliolette.
c'è chi vorrebbe e non può, c'è a chi tutto è stato portato via.
c'è chi disprezza ciò che ha generato, chi si libera delle persone più care come fossero un bagaglio inutile
e questi devono morire, tutti.

"sogna finché non riesci più a sognare
perché tutti i nostri grandi progetti, bimba
saranno sogni in eterno"

oggi mi sento come una palla di sterco che rotola nella prateria.

La Gelminchi ha imperversato.
Questo lo sappiamo ormai tutti, tranne coloro che non lo vogliono sapere.
Però, con tutte le scusanti che si possano avere, l'approccio con la squola di Attila mi fa ogni giorno sempre più roteare il prepuzio.
La mattina il cancelletto è chiuso sempre 5' prima e ti tocca suonare.
Ti apre Fantomas, oltremodo scazzato e con lo scopettone in mano, che sta già ripassando i corridoi.
Non proferisce verbo (nemmeno risponde al saluto, che io sono un ometto educato e saluto sempre per primo anche se ho il cazzo a turbina) e sbuffando torna alle sue mansioni, mentre la zia di Eddy Kruger legge il Secolo alla scrivania.
Se tu devi avere un'informazione, fai prima a non chiederla, tanto non l'avrai mai.
L'avevamo esonerato da intortamento religioso, non perchè siamo una famiglia di mangiapreti (preferiamo il branzino al cartoccio) ma in quanto abbiamo pensato che se ne possa fare a meno. Poi, quando sarà in grado di comprendere, farà le sue scelte.
E qui la prima magagna: ci hanno detto che non hanno insegnanti per l'attività alternativa.
E che comunque l'insegnamento religioso è assai blando, una specie di infarinatura sulla storia delle religioni.
Ad ogni modo il lunedì pomeriggio, orario stabilito per le due ore di religione, te lo devi prendere all'una e mezza.
Altrimenti viene sballottato in altre aule, con altri gruppi.
(cosa quantomeno evitabile, per uno gnometto di 6 anni)
Ti fai dare mezza giornata di ferie e lo ritiri alle 13.30.
(Ovviamente è una cosa totalmente impossibile. Mezza giornata di ferie alla settimana non te la daranno mai.)
E quindi quasi tutti fanno religione, salvo i pochi che hanno la possibilità, tra mille sacrifici, d'esser presi all'una e mezza.
Anche i figli dei magrebbini, le bimbe dello Sri Lanka e gli albanesi.
E quindi anche Attila.
Tra l'altro il lunedì pomeriggio escono sempre più tardi. Mentre, negli altri giorni, succede spesso che te li trovi fuori alle 16.05 (orario vigente 16.10) il lunedì spesso escono alle 16,20.
Una volta hanno battutto ogni record e sono usciti alle 16.23.
Quasi dovessero fare importanti esperimenti di fisica quantistica.
Prima di natale, guardando il quadernuccio di religione, trovo la seguente scritta:

"il Natale è la cosa più bella che ci ha dato Dio"
– Papà, quindi stiamo 3 settimane a casa, per natale??
– Certo, figliuolo…
– Belin che ganzo, sto dio….

in bocca al lupo, Robert.

kubicaCome è ormai noto, qualche giorno fa, durante lo svolgimento di un rally in Riviera, Robert Kubica, giovane e promettente pilota di Formula Uno ha rischiato l'amputazione di una mano (e anche seriamente la pelle, visto il numero impressionante di fratture che si è procurato, in ogni parte del corpo)
Premetto che il suo italiano fluente me lo rende simpatico (è una mia fissa…) e quindi seguo con particolare attenzione il suo decorso.
Robert è stato ricoverato all'Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, a circa venti km dal luogo dell'incidente, ed operato dall'Equipe Chirurgia della Mano del San Paolo di Savona.
Non è stato elitrasportato in una clinica monegasca e curato da un luminare venuto dagli States su un jet privato.
No, no, qui è tutto made in SV.
Ieri il suo manager si diceva soddisfatto e sottolineava la fortuna di aver trovato un ospedale efficiente e un'equipe così preparata in loco. Detto da uno che gira il mondo in lungo e in largo, che magari fino a ieri nemmeno sapeva come trovare Pietra su Google Maps, ecco, fa un certo effetto.
Perchè?
Perchè qualche anno fa, nell'ambito della riorganizzazione della sanità ligure, quell'ospedale doveva chiudere i battenti.
Il bacino d'utenza limitato, la sua prossimità all'ospedale San Paolo di Savona l'avrebbero penalizzato e reso un "costo" anziché un beneficio.
Più una serie di altre questioni a me ignote, che qualcuno, se vuole, può aggiungere.
Ci furono manifestazioni e proteste degli operatori sanitari e dei cittadini, scoppiò un gran casino e alla fine il Gerundio decise di non chiuderlo.
In quell'ospedale io e mio figlio ci siamo finiti (io per ben due volte) ed abbiamo trovato sempre competenza ed efficienza.
Per due volte, nell'arco di una mattinata, ho subìto tutti gli esami necessari all'ottenimento di una prognosi, sono stato curato e tranquillizzato (in entrambi i casi soffrivo di forti coliche addominali)
Mentre ero lì mi tornavano in mente i vecchi ricordi del 2001, l'incidente in moto, il ricovero in un'ospedale cittadino alle 12.30 e le prime visite avvenute alle 18, sei ore su una sedia a rotelle reclinabile, senza scarpe (le avevo perse e me le avevano messe nel portaoggetti posteriore) e mezzo stordito, tanto che alla fine mi ero assopito e dovettero svegliarmi di soprassalto.
Avrei fatto in tempo a morire, resuscitare e mandare a fare in culo tutti quanti.
Beh, tutta un'altra storia.
E comunque a me quel ragazzo di sicuro talento, quel tipo dalla faccia normale che d'inverno si spara piccoli rally locali per allenarsi, non su una Maserati o una Lamborghini, ma su una Skoda Fabia… insomma, a me quel tipo lì sta simpatico.

…e quindi in bocca al lupo, Robert.

in risposta a:

Ho parlato di impotenza, non debolezza.
Se tutti coloro i quali stanno vivendo un momento di debolezza stessero a lacrimare tutto il giorno, si girerebbe per strada col gommone.
Per fortuna non è così.
Esistono persone in condizioni strettamente sfavorevoli che tirano fuori unghie da tigre.
Io parlo d'impotenza.
L'impotenza è totale, assoluta, tangibile, incontrovertibile.
E' il sentimento di chi le ha provate tutte, ha passato la vita a prender porte a spallate e poi ha scoperto che erano tutte sprangate dall'interno.
Ha scoperto di essere stato un illuso, una bestia inutile avvezza a false speranze.
E allora le lacrime scorrono, inzuppano il colletto della giacca a vento, scorrono calde ma la tramontana le rende gelide all'istante, penetrano i vestiti , percorrono il torace, il ventre e si vanno a fermare tutte nell'inguine, provocando un brivido ingrato e diffuso.
Perchè chi non piange mai, la volta ogni vent'anni che tocca farlo, piange a fontana, si disidrata, si annulla.
E poi è pronto alla sbroccata finale.
Gli si parano dinanzi alcune strade, di cui due sono le principali, antitetiche ma figlie della medesima logica.
La prima ti prende per mano e ti porta in un buco di culo del mondo, dove neppure gli emissari della Sciarelli riuscirebbero a beccarti.
Guida la tua mano e la osserva lanciare il telefonino nel fiume, a troncar via ogni contatto con le cose consuete.
L'altra ti fa appostare sotto casa di coloro che ti hanno gettato in una determinata situazione, di quelli che ti hanno rovinato la vita, scientificamente, per anni e anni.
O di coloro che tu hai individuato come tali, nel tragico gioco del "mors tua, vita mea" che, volenti o nolenti, domina ed imperversa nei meandri dell'attuale società ed in ogni sistema di relazioni.
Ti fa attendere, camminare avanti e indietro come un automa e fumare ritmicamente per ore e ore, di notte, in attesa di quei volti familiari ed odiati da prendere a pugni, graffiare, veder colorarsi di sangue.
Molti di noi sono in prossimità di quel varco, ché qui non si va avanti e si fatica sempre più a vivere, dalle piccole alle più grandi questioni.
Mi auguro succeda tutto in simultanea.
E venga fuori un gran bordello.
(io per questo ventennio ho pianto, ormai, quindi state più o meno tranquilli)

Anche io ho sempre voluto bene alle tue parole.

Se la pensiamo diversamente, pazienza, per me non ci sono problemi.
 

piangitopo in tangenziale

L'altra mattina, guidando in direzione levante a fine turno, ho una vettura media recente di colore scuro davanti a me che procede lentamente e occupa entrambe le corsie, zigzagando vistosamente.
Mi attacco al lampeggiatore, senza sortire effetto alcuno.
Provo col clacson: ancora niente.
Cerco allora di superarla ai semafori, ma costei va a posizionarsi esattamente sulla mezzeria, non lasciandomi lo spazio necessario né da un lato, né dall'altro.
Giunti in prossimità di Sampierdarena, la culla del triste e dimesso popolo blucerchiato, il conducente ha un moto d'umanità ed accosta.
Affiancandolo, mi viene da guardare nell'abitacolo per vedere chi è lo stronzo che alle sette di mattina è già così determinato nel cesellare i maroni alla gente onesta che ha appena finito di lavorare.
Dentro c'è un uomo di mezz'età, di corporatura assai robusta e con un enorme cranio calvo.
Piange disperatamente e si strofina gli occhi con un fazzoletto ormai zuppo. Una manona ciondola dal finestrino abbassato.
Mi guarda e non dice nulla. Nemmeno io proferisco verbo. Attendo il verde e svicolo rapidamente verso casa.
Certe giornate serene, all'alba, riempiono il cuore.
Rendono la mia città così bella che verrebbe voglia di scendere e fotografare tutto ciò l'occhio sia in grado di cogliere.
Così bella e scintillante che non esiste un posto altrettanto radioso sulla faccia del pianeta.
In quelle giornate faccio un giro un pochino più lungo e inforco il primo tratto di Sopraelevata, procedendo a 50 all'ora, guardo le barche ormeggiate invase di luce, le vecchie facciate della Ripa, la collina di Santa Maria di Castello ed il quartiere del molo, laggiù, ancora in ombra.
Poi scendo allo svincolo di Piazza Cavour e mi avvio felice verso casa.
Non per tutti, evidentemente, è così.
Magari la sera prima hai ritirato alcune agognate analisi cliniche allo sportello dell'ASL ed hai scoperto che ti rimangono pochi mesi di vita.
E' tutta notte che vaghi per la città, disperato, sulla tua vettura media recente di colore blu prussia.
O forse sono venuti a casa tua i carabinieri per avvertirti che tuo figlio è all'obitorio del San Martino, schiantato su un platano all'uscita di una nota discoteca rivierasca.
O, ancora, sei rientrato come me dal tuo turno di notte ed hai trovato la casa deserta e poche righe vergate su un foglio a quadretti dalla tua compagna di vita, che ha deciso di andarsene per sempre.
Oppure, più semplicemente, sei in un periodo di forte depressione e stai ancora cercando di smaltire l'ennesima sbronza triste, prima che una pattuglia ti faccia accostare, ti impacchetti e leghi la tua vettura ad un carro attrezzi arancione.
Guardare gli occhi di un uomo disperato fa bruciare la retina.
E' come fissare il nero del sole durante un'eclisse.
E' un qualcosa che rimane dentro, nella testa, nei giorni a venire e per sempre.