“Voglio realizzare una moto che mi faccia riprovare quel brivido che mi ha attraversato, quando per la prima volta ho sentito e visto da vicino una Matchless G80 da cross. Mi entrò subito nella testa e nel cuore insieme alla Husqvarna 400.
Eravamo nel 1968. Tutto metallo e niente fronzoli, una meraviglia di suoni e cromatismi.
Voglio provare a realizzare un’emozione. Questo devo provare quando la guardo e la sento in moto.
Voglio che pulsi in sintonia con il mio cuore e quando la gente la sentirà passare si dovrà girare a guardarla stupita.
Voglio che la confondano con una stella da quanto brilla.
La stessa stella che guida la mia mano ed i miei sentimenti da lassù.”
Umberto Borile
Là fuori non c’è anima. Gente, persone là fuori, non hanno anima. E fanno cose, dicono cose, immaginano cose. Soltanto perché devono dire, fare, immaginare cose. Qualcuno decide per loro, indica con una opportuna crocetta, con un segno di spunta cosa dire, fare, immaginare. Gli alberi sono fermi nella calura, i prati secchi, in attesa della pioggia che non arriva. E’ lì che devi cercare. Ad un tratto due arzilli signori scendono il pendio cavalcando due vecchie enduro anni ottanta. Il rombo sordo dei grossi cilindri rompe la quiete, per un attimo. Li ho qui davanti, si fermano, spengono il motore. Subito il silenzio prende il sopravvento. Uno dei due si toglie il casco, viene innanzi, mi stringe la mano. Piacere, sono Sandro, farò settantasei anni, a novembre. Sono nato qui.
Il metallo ha anima. Quel metallo puro, senza sovrastrutture, senza accessori comodi, senza silent block. Quel metallo che ti strappa le mani. Scomodo. Dove la plastica serve solo a levare via il fango o a tenere in sede il filtro dell’aria. Quel metallo di cui posso solo parlare, Borile invece sa parlare a lui e lavorarlo per farlo parlare a sua volta. E’ per questo che prendo a prestito alcune sue parole. Quel metallo grezzo e nobile, che stride e sfrigola sotto le mani, che scalda i polpacci e le chiappe, che rende intorpiditi i polpastrelli.
Possiamo solo parlarne, noi umani, ed è sempre un bel parlare. Almeno non parliamo di niente, non diamo solo aria ai polmoni. Almeno serviamo a qualcosa. Sono uno qualunque, ma quando stringo con forza un manubrio largo e basso, quando spremo tra le ginocchia un serbatoio panciuto, quando massacro le terga su uno strapuntino poco imbottito, quando sotto di me frulla un motore rumoroso e irrequieto, con tanti cavalli… ecco, allora divento un drago e posso sconfiggere i miei mostri.
Nove mesi abbondanti senza moto sono stati lunghi e infami. Hanno tolto via tutte le voglie. Ma ora sono tornato.
a presto.