12 12 12, ore 12 e 12

oggi è il dodici dicembre duemiladodici.

sono a tavola e sto aspettando i famosi rotolini di pollastro, avvolti di bacon e con la mortadella tritata dentro, che mia madre (ospite qui per oggi) sta finendo di rosolare (faccio lavorare gli ospiti). ho già tirato il collo ad una bottiglia di barbera e sto sorseggiando il primo bicchiere, con viva e vibrante soddisfazione, come il migliorista coi biscottini.

l’orologio a cifre luminose fluorescenti indica che il mezzodì è ormai trascorso da 11 minuti.

alla merdavisione dicono che tra un minuto finirà il mondo, forse… ma non era il 21? insomma, sto belin di mondo prima o poi finirà davvero.

non è colpa mia, io non accendo mai la merdavisione, ma gli ospiti, già che li metto al pezzo, poi se spengo la tv s’incazzano: una sola condizione: niente reti mediaset a casa mia. il pornonano prospera anche senza le mie briciole.

scattano le 12 e 12. è una bella giornata, le finestre dei palazzi di fronte inondano di luce riflessa la mia cucina che, essendo esposta a ponente, il sole lo vedrà non prima di marzo. sta per finire il mondo e a me sovviene un ragionamento profondo:

me ne sbatto il belino, tondo tondo: in fondo chi se ne fotte.

vecchio sessantottino

Quando, ormai due decenni or sono, giunsi nel posto in cui lavoro attualmente, non è che “noi giovani” fossimo visti molto bene dagli anziani del mestiere. Eravamo troppo attenti alla sicurezza, alcuni non erano abituati a lavori faticosi, altri sembravano piovuti per caso. Ovviamente nessuno nasce già esperto e scafato, ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Ma evidentemente era questione troppo difficile da capire.

Lo ricordo come un periodo molto duro, ricco di contrasti e con giramenti di palle portati a casa fin sotto le lenzuola, che alla mattina dopo riprendevano a ruotare ancora più veloci e non smettevano nemmeno nel fine settimana, calcolando che 4 domeniche su 5 le lavoravo. In tutto questo marasma di personaggi da prendere con le pinze, c’era un tizio dalla barba brizzolata e col capello molto lungo, al solito taciturno e che, quando parlava, generalmente lo faceva per un motivo valido. Poi, conoscendolo, diventava un po’ meno selvatico e raccontava aneddoti e faccende passate, lanciandosi anche, talvolta, in aforismi esilaranti. Era un bravo cristo, diventammo amici e lo siamo ancora adesso, anche se ci si vede di rado. Avventure strampalate, a larghi gesti delle mani, da uomo di campagna, appena sceso dallo scooter col suo tomo di filosofia a gonfiare la tasca della giacca a vento: ma la sua vita mai la raccontò, ciò che si sapeva era solo per sentito dire. Nemmeno a noi pochi che eravamo stati anche a casa sua. Quanto si vivrebbe meglio se tutti fossero così: la quiete assoluta, due schiaffi sul muso quando ci si pesta i piedi e poi di nuovo amici.

Lo chiamavamo il Vecchio Sessantottino.

L’altro giorno eravamo presso un’amica di Zen, l’abbiamo soccorsa in panne ed abbiamo pure cucinato per lei, scolandole anche una bottiglia di buon dolcetto. Ad un certo punto lei fa: – sapete, io sto bene coi vecchi, mi divertite un sacco.-

O belìn, c’avrai una quindicina d’anni in meno di noi, neanche fosse un secolo!

Scendendo verso casa, in motorino, guardavo le pagliuzze bianche della mia barba riflesse nel retrovisore, percependo come un qualcosa che stride nella testa. Poi ho capito cos’era:

Il Vecchio Sessantottino, quando lo conoscemmo, aveva quarantaquattro anni. E per noi era vecchio. Anzi, quel capello lungo e scarmigliato ed il suo vivere un po’ randagio lo facevano sembrare meno vecchio di certi suoi coetanei. Che erano cariatidi. Però anche lui era vecchio, e basta. Non veniva da chiedersi perché.

Quindi non raccontiamoci di musse: siamo del gatto. L’età ci marchia, ci contraddistingue. Anche quelli che vanno a bagasce a settant’anni, imbottiti di pillole blu: moriranno anche loro e sai che feste!

26man

In questo periodo di guano, nel mezzo dei miei problemi di salute, fortunatamente risolvibili, è accaduta la morte (ecco, l’hai detto, è colpa mia, dovevo aspettarmelo..) di due persone che frequentavo circa una ventina d’anni fa. per la precisione una compagna d’università con cui ho anche preparato un esame e uno dei miei primissimi colleghi nelle Ferrovie. Premesso che trovo profondamente ingiusto, quantunque ineluttabile, che una persona concluda la sua esistenza a poco più di 40 anni, ed altresì valutata in tempo reale la sterilità delle frasi che sto scrivendo, devo ammettere che, vuoi per l’età comune, vuoi per i bei vecchi momenti trascorsi, nonostante le strade si siano poi divise in maniera definitiva, tutto ciò ha generato un profondo momento di riflessione. Minchia che periodi lunghi faccio, non so più scrivere.

Quei tempi. Quelle speranze. L’assenza di responsabilità dirette, oltre alla mera sussistenza. L’adattabilità a qualunque situazione, modalità di vita, anche precaria.  Ormai da diversi giorni sono preso nella morsa a spirale di quel ricordo. Ma, siccome non è mia intenzione d’infilzarmi lo scroto con spilli da balia, il mio mulinar di neuroni mi ha condotto ad inseguire gli aneddoti più scanzonati e divertenti di quegli anni. Ha fatto tutto lui, per preservarmi.

Non ho più notizie di 26man da vent’anni, quando dovette tornare al suo paese in guerra, per far cosa non si sa, ad ogni modo la sua era una famiglia di militari. Ma negli anni in cui era tra noi, lasciò il segno. Parlava un ottimo italiano, avendo studiato in una scuola italiana e girava sempre con due suoi connazionali, Mohamed e Alì, il primo lo chiamavamo “Mohamerd” perchè aveva simpatie genoane. Ho conosciuto gente che aveva la faccia come il culo, ma 26man li superava tutti, era un personaggio assolutamente senza ritegno e le figure barbine gli scivolavano addosso come piume. Era quindi sempre al centro dell’attenzione e se c’era qualcosa che non avevi il coraggio di dire, nessun problema, la diceva lui.

“voi maschi italiani pensate troppo alle dimensioni del vostro uccello, è una cosa che io trovo assurda, da noi non succede” declamava un giorno, mentre eravamo in mensa. “voi iniziate a misurarvelo da adolescenti, temete di non essere in grado, di non essere adeguati… ecco, secondo me dovete avere un qualcosa di bacato nella testa”. Ma, evidentemente, il nostro rozzo costume lo contaminò, ed egli si espose. Da quel giorno fu ribattezzato L’Uomo dei 26 Centimentri, per brevità 26man.

Accadde una sera che Ignazio, il fratello minore di Mr-T, con cui dividevo casa, siculo purosangue, raccontava di aver imparato l’arabo da alcuni raccoglitori di frutta ed ortaggi che lavoravano nell’azienda di suo zio. Girava per le aule studio blaterando insiemi di sillabe tipo “wallahallahahhààà” e contorcendo la gola in gorgheggi. Incontra 26man e gli dice: tu capisci la lingua araba? il tuo è un paese di tradizione musulmana, dovresti capirmi, ma lo sai che io so l’arabo? Wallahallahahhàà mi capisci allora? minchia, con te sto parlando! Wallahallaburuzuzz

E lui, estenuato rispose: – “Belin, sono Somalo!”

Un augurio di buona vita a tutti coloro che hanno cambiato strada e non andrò a cercare di certo con l’artificio Facebook. Che si fotta FB e che vivano sereni, loro.

Ed un pensiero, una lacrima ed una bestemmia dal cuore, per coloro che non sono più di questo mondo.

Baci e buon Maiale a tutti