simmo turnat’

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E dobbiamo anche ringraziare tanto Pozzo Pozzi che sgomita, suda, smadonna come un turco e manda accidenti all’arbitro per novanta minuti. A me fa anche incazzare abbèstia, a volte, che è già ammonito (lui è sempre “già ammonito”) e continua a bofonchiare e gesticolare. Però la butta dentro, sempre. Lui è il nostro (can)guru.

Dispiace per il Varese e per il Sassuolo, squadre che mi garbano molto, spero salgano entrambe il prossimo anno.

E gufi muti, per una sera:))

mio cugggino

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Mio cugino nacque pochi mesi dopo di me e il padre volle chiamarlo Dino in onore del nonno che fece la guerra del quindici-dicotto. Siccome gli avi paterni erano della bassa padana, egli ebbe in dote un cognome esotico lontano dai soliti Parodi, Traverso o Risso. Che tra l’altro stava bene alla sua persona.

Dino Colato.

Gli avi materni erano però originari della Ice Valley, quindi nei tre mesi estivi era su da noi, come altri figlioli di transfughi che scesero in città per trovare lavoro negli anni 50. E’ inutile affermare che i ragazzi cresciuti in città avevano molte frecce al loro arco, rispetto a noi venuti su in un minuscolo borgo di poche centinaia di anime, racchiuso tra i monti dell’entroterra. Noi vedevamo le luci di Genova quando la sera salivamo su alla Casa Dei Prati a girarci uno stuozzo, loro la città ce l’avevano dentro. Ed erano infatti tutti piccoli fenomeni, creavano capannello a raccontar avventure per loro usuali, ma che per noi assumevano contorni da fantascienza.

Ma mio cugino no, lui era differente. Un fuoriclasse di quelli che amano stare nell’ombra. Più piccolino e smilzo di tutti noi, che all’epoca eravamo peraltro scheletrici, timido e silente, parlava solo se interpellato e solitamente diceva cose sensate. Anzi, non ricordo d’averlo mai sentito sparare una minchiata. I bulli del borgo, cui fremevano spesso le mani, a volte erano tentati di dargli qualche pattone, ma presto desistettero: lui era talmente buono da essere rispettato da tutti.

Andavamo al lago a fare i tuffi, Mario il Gallo si vantava di sapersi lanciare da quella roccia lassù, fatta a testa di cane e Dino si tuffava un paio di metri più in alto, raschiava il ventre sul fondale, ma la spuntava sempre. Facevamo gare di bici in salita, anche perchè da noi non esiste tratto pianeggiante più lungo di duecento metri, lui partiva ultimo e poi a poco a poco ci superava tutti. Eravamo convinti, in quanto più robusti, di seminarlo in discesa e invece ci sverniciava pure lungo la fetente ripida di San Fiele, la più cattiva che ci sia. Spariva lungo le curve e non lo pigliavamo più. Ma il meglio lo dava sul campo di pallone, durante i tornei tra bar. Noi dell’Osteria Zio Furio eravamo piuttosto scarsi, ma con Dino sulla fascia diventavamo invincibili. Una sera eravamo in semifinale contro la squadra del Bar Maiémi (scritto proprio così..) compagine nerboruta con un portiere fenomenale, Pescio Pasquale detto Lino, figlio del rigattiere. Dino ad un certo punto partì sulla sinistra, scartò tutta la difesa, compreso il portiere, poi stette un po’ a guardarsi in giro come a dire “belin, e ora che si fa?” e fece rete di tacco. Un minuto dopo lasciò partire un siluro dalla distanza che scese di colpo nel sette. Pescio Lino era di sasso. Vincemmo tre a zero.

Lo notò un osservatore di un’importante squadra cittadina che faceva la serie D e lo prese in rosa. E il caro cugino divenne un centrocampista coi fiocchi, si allenò, crebbe fino al metro e ottanta e gli spuntarono lunghi capelli biondi a spaghetto, che teneva fermi con una fascia assai prima di Caniggia. E venne l’epoca delle moto. Noi avevamo vespe sgangherate e giocavamo ad elaborare il motore fino a farle viaggiare come siluri, però erano sempre vespe, tiravano storto, sul bagnato era un dramma, si frenava anche coi piedi e quando grippavi volavi via. Solo Gesualdo, il figlio del farmacista, aveva una Cagiva 125 fiammante, di lì a poco seguito da Gildo, nipote del sindaco, cui comprarono il Fantic Strada. E giù a vantarsi di impennate da cento metri a raschiar la targa, curve a limare la marmitta e amenità varie. Dino, che quell’estate lavoricchiava per tirar su un po’ di grano, arrivò un giorno su un Benelli Sport Bicilindrico, comprato usato, calzava un casco con visiera, nonostante non fosse obbligatorio, giubbetto di pelle e scarponcini. Tutti gli altri, seduti al bar in canottiera, braghe corte e espadrillas, risero: maddai, quella moto non va una cippa, si smonta e fa solo fumo. Poi gli guardarono la targa per tutta un’estate e per sole due curve, dopodiché spariva alla vista su per i tornanti. E senza mai impennare e raschiare organi meccanici al suolo. L’anno dopo arrivò col Suzuki Gamma e non ce ne sarebbe stata per nessuno. Però erano già i tempi delle prime auto sgangherate e delle prime fidanzate, dotate di ampio senso di sopportazione, così nessuno fece più caso a lui. Che non ebbe mai, per scelta, un mezzo a quattro ruote.

Si andava a mangiare il gelato in riviera con la tipa, sulla A112 con le fiamme disegnate sulla fiancata e gli AC/DC a palla e lui calcio, moto e sport estremi. Fino a quando conobbe una ragazza di origini campane, Ladia Rea, assai graziosa ma simpatica come un foruncolo nel culo. Andarono a vivere insieme e poi si mollarono in sequenza cinque o sei volte. Nel frattempo qualcuno di noi si maritò e si riprodusse. Mentre Dino si dedicava nuovamente a calcio, moto e sport estremi.

Infine conobbe una donna di origini tedesche, Alba Seltzer, si sposarono e andarono a vivere lontano. Ci perdemmo di vista e, siccome non amo feisbuc, è improbabile ricontattarlo. Però mi piace immaginarlo ancora com’era ai tempi, alto e magro, su una moto potente, senz’altro una MV Agusta, casco e tuta coordinati. Forse gioca ancora a pallone, anzi, magari fa l’allenatore e ha pure tre figli biondi e coi capelli a spaghetto.

Buona fortuna, Dino!

per dare un’idea del susseguirsi delle ere geologiche.

Quando aprii (o fondai, o comecazzo si dice) codesto blog mi palesavo col seguente ferro:

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Era un mezzo assai comodo, forse il più comodo che io abbia mai guidato nei miei trent’anni da motociclista, ma aveva poco motore e a star dietro agli amici “scavennati” gli tiravo sempre il collo. Cosicchè, compiuti i 60mila km, lo cedetti in permuta e presi quest’altro ferro:

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Anche lui mi diede incalcolabili soddisfazioni, in virtù della maggiore coppia, potenza e stabilità, però mi fece mangiare ettogrammi di moscerini, in quanto non disponeva di riparo aerodinamico. Cosicché, giunto ai 50mila, mi deflagrai il belino di motori con tanti cilindri tutti in linea ed acquistai un mulo meccanico da rodeo, d’occasione:

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Codesto oggetto, dotato di centoventi cavalli imbizzarriti, mi diede moltissime soddisfazioni e probabilmente lesionò anche qualche mio organo, tra cui l’encefalo, però finì ben presto sotto un autoarticolato, entrò in officina sette mesi or sono e solo il Bodhisattva sa quando ne fuoriuscirà. Quindi, nel frattempo, giro con l’Old Feld, mezzo costruito in stampo di policarbonato e a suo modo glorioso, ma mostrante anch’esso chiaramente la corda, per il chilometraggio indefinito e le molte battaglie:

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Quando il plasticone mi abbandonerà, qualche espediente lo troverò.

eh… ma anche oggi, no? :)

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Ieri ero ad una mostra sulla liberazione di Genova e alcune foto mi hanno folgorato, tre in particolare.

La prima era una immagine scattata dopo l’ennesimo bombardamento “alleato” sul centro storico, zona Piazza Delle Erbe: venticinque anni fa era ancora più o meno così e ancora oggi il “buco” si percepisce bene. Per la cronaca cirrca il 90% degli edifici genovesi furono lesionati, il 50% fu raso pressoché al suolo e di questi il 23% ricostruito dopo l’evento bellico. Il resto sono “vuoti urbani”, dai quali si sono originati spazi aperti, piccole piazze oppure case rimaste al “piano bottega” con niente sopra, se ne vedono ancora, insieme ai resti delle stanze che vi si affacciavano. Mi domando quanto potesse essere bello ed emozionante quel luogo che ho vissuto soltanto attraverso foto storiche e ricordi di mio nonno.

La seconda foto mostrava persone indaffarate a ricomporre le salme dopo l’eccidio della Benedicta. Quella non riesco proprio a commentarla, è atroce. Mio nonno nacque e crebbe in una cascina distante un paio di chilometri. Lì sotto c’è anche la mia gente.

La terza l’ho fotografata (visto che oggi si può anche fotografare una foto…) e mi è venuto fuori un ghigno amaro. Apprezzo la Germania sotto molti aspetti e non ne faccio mistero, ma ho pensato alla Nerkel e ai suoi sorrisini….

Vabbeh, d’accordo che il pornonano faceva ridere pure i polli (e a noi piangere) però insomma, alla fine la storia è ciclica.

Felice Di Essere Niente

C’è nessuno in casa?

Lei si affaccia, scarmigliata, indossando una consunta vestaglia a fiori.

Piacere, sono Felice Diessere, sono il suo vicino di casa, quello che abita proprio sotto di lei.

Probabilmente non mi ha mai notato, del resto non è ch’io conduca una gran vita sociale, diciamo che me ne sto sulle mie. Vi guardo zompettare come buffe galline alla ricerca di qualcosa che nutra il vostro spirito. Ma voi non ve ne accorgete, perché non avete spirito. Avete soltanto grandi occhi per guardare. Guardare-elaborare-ingoiare e sancire il tutto con un sonoro rutto. Eh già, la mia antica predisposizione per i componimenti in rima. Ma lei ha un’altra cosa, mia cara signora. Lei ha un tubo che perde, probabilmente quello della lavatrice, lo si può dedurre dalla enorme chiazza azzurrognola che contamina indelebilmente la porzione nord-ovest del soffitto, nella mia stanza da bagno. E le colature d’acqua spumosa che scendono dalle pareti avallerebbero con forza la già ben strutturata mia ipotesi.

Signora, perché mi guarda così, forse per via del mio particolare cognome? Beh, per quanto ne so è originario del Trentino: mio nonno proveniva da quelle remote lande ed era un gran bevitore di vino rosso. Lo ricordo ancora, stravolto sul divano, la notte mentre tornavo dalla discoteca. Ma ora bando agli indugi, suvvia, mi lasci entrare..

Ecco vede signor Felice Distinto, dev’essere per colpa di questo tubo qua, vede questo qui grigio? E’ fessurato, sembra appena appena un pochino, però tant’è qui sotto si forma il lago. Sarà già da una settimana che questo tubo qui perde, ma io non so chi chiamare e poi sa , signore, io debbo lavorare e ogni mattina mi alzo alle cinque per andare a fare le pulizie per un’impresa e mi tocca andare giù fino a Pegli col celere, mica posso pensare sempre alle cose di casa che io non ho un uomo in casa, sono separata dal novantanove e poi c’ho due figlioli che vanno a scuola e io le lavatrici ogni sera debbo farle per forza che s’insozzano sempre sti due maiali… A me dispiace davvero tanto, signor Felice Distorto, ma se qui non fa qualcosa lei io lascio tutto così e me ne sbatto anche un po’ il belino, tanto ci metto uno straccio e son problemi suoi…

In realtà la cosa giusta da fare mi balena in testa all’istante: prendo la corpulenta signora per il collo e le sbatto il cranio contro lo spigolo di un mobiletto di plastica, di quelli dove si tengono i detersivi. – Così impari ad essere educata e a non storpiarmi il cognome, troia – rifletto. Il plasma schizza ovunque, ma ho portato un paio di provvidenziali guanti da bucato, che evitano qualsivoglia contagio per via ematica. Dopo averli depositati correttamente nel bidoncino per gli assorbenti usati, fuoriesco da quella stanza che attualmente somiglia molto ad una scena di Shining.

Rientro in casa, mi siedo sullo sgabello da barba, nel mio bagno e riprendo a fissare la chiazza azzurrognola che a poco a poco si tinge di rosa fino a divenire di un bel rosso vivo. Mi ricorda il Teroldego, quel vino che il nonno beveva così avidamente la sera, durante la cena, di un rubino acceso che scalda il cuore.

E rimango così, assorto. Felice di essere niente.

Fiorella m’annoia

Dalle mie parti i genitori giocano coi nomi dei figli come fossero passatempi da settimana enigmistica.
Solo che, poi, questi figlioli portano appresso il buffo connubio per tutta la vita.
E s’immagini appena quanto possa girar loro il belino.
Così abbiamo Angelo Pesce, lo stagnino coi denti da castoro che la nonna chiamava in casa ogni volta che la vaschetta del cesso s’inchiodava. Poi, quando scoprì che pure io, all’epoca adolescente, ero in grado di ripararla s’incazzò molto e disse: – mia quante belin de palanche g’o daeto a’u Angelo fin da’u doppuguèra…
C’era Marino Leone, che faceva il piastrellante e ora purtroppo è morto.
Daria Camera e Marina Stella andavano a scuola insieme e, guardacaso, la seconda avrebbe voluto studiare Biologia. Invece fa la commessa alla Conad.
Daria Bolla ha un negozio di ferramenta e vende anche… livelle per l’edilizia.
Ma la famiglia Lampa seppe fare molto di più.
Aldo e Teresa ebbero un primo figlio, che chiamarono Dino. Un paio d’anni dopo ne ebbero un altro e lo chiamarono Sauro. Essi crebbero insieme e, dopo le scuole medie, andarono giù in città a prendersi un diploma. Non esistendo ancora tesorieri della Lega, dovettero però studiare duramente per cinque anni.
Il primo si impiegò all’Enel, il secondo divenne un tecnico della Sip. Mai li vidi in braghe corte a pucciare i piedi bianchicci nell’acqua del lago, ove noi sguazzavamo scapestrati e ribelli. Mai un vespino e neppure un Fifty. Mai un giornalino porno o un cannone d’erba sui prati di Praglia, a pasquetta.
La loro vita era fatta di interminabili session di scopone coi vecchietti del paese, che si litiga abbestia anche soltanto per una carta sbagliata e tocca buttare giù un biancoamaro per idratarsi. Ma loro no, solo acqua del bronzino, che è buona e non costa. Nelle sere di maggio o giugno, quando il sole tarda a scendere, potevi vederli girare per vicoli e stradine ciondolando, con la gazzetta sportiva in tasca, le mani incrociate dietro e quelle camicie a fiorellini, coi pizzi del colletto lunghi e duri, tipiche dell’epoca dei Beach Boys. Probabilmente smesse da qualche vecchio zio. Cenando alle sette in punto, rimanevano due ore di sole buone per passeggiare e godersi la sera. Noi tornavamo dal mare coll’asciugamano arrotolato nel portapacchi del PX  e loro già caracollavano per il paese.
E così, d’un colpo, si arriva ai trenta. Chi si sposa e si riproduce, chi sparisce per lavoro o comunità e chi sparisce sul serio. Ma Dino e Sauro no: scopone, discorsi di calcio e passeggiate. Sempre insieme, incorruttibili ed impermeabili alle tentazioni esterne. Dividevano l’ampia casa ereditata dopo la morte degli anziani genitori e stavano sempre attaccati come una cucciolata.
Ad un tratto accadde l’impensabile: Sauro, che era bassino ma piuttosto belloccio, fu sedotto da tale Fiorella, figlia di un assessore del Partito Comunista, impiegata presso lo studio dell’avvocato Guido Labici. Ella, dopo aver saltato di fiore in fiore, raggiunto ormai lo status di Nave Scuola, era smaniosa di formare una seppur tardiva unità familiare.
E li vedevi lì, seduti al dehors dell’osteria, con le carte in mano a bestemmiare per un settebello, lei seduta vicino a fumare una paglia, vestita come una damina e colla borsa di Louis Scimmiòn in bella mostra. Oppure alla sgambata serale, lei nel mezzo che dava braccetto ad entrambi, agghindata di tutto punto. Sauro aveva un aspetto molto più curato. Invece Dino, allampanato e con quei vestiti larghi e consunti, presi chissadove, sembrava uno spaventapasseri.
I maligni, osservando Sauro coi jeans di Enrico Poveri e le Fingerland ai piedi, bofonchiavano: – ora sì che è arrivata quella che gli mangia tutti i soldi ai due pidocchi! Ma anche: – oh, lo sai, dicono che quelli fanno le “cose a tre”, sti maiali…
Ora io vivo altrove da svariati anni e non mi informo riguardo le evoluzioni sociologiche del piccolo borgo. Una sera, mentre sto sfrecciando in moto per una strada di campagna, me li trovo dietro ad una curva e per poco non li travolgo. Gli anni passano, siamo tutti un po’ ingrassati (ma loro di più) e sculettando tengono tutta la carreggiata. E Fiorella? Come mai siete soli? Chiedo.
Eh, lei ha trovato un uomo di Busalla con cui farsi compagnia, non vive più con noi già da qualche anno. Mica poteva durare, eh… lei era brava, le abbiamo voluto anche bene. Ma non c’è nulla da fare: le donne ci annoiano alla morte!

finiremo tutti così, grazie a questo governo!

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Stamane, aprendo la persiana della Attila’s Room ho sentito qualcosa di duro e pesante impedire il movimento. Allora ho dato un runsòne più forte, i due battenti si sono spalancati e….

Mi sono trovato un uomo appeso.

Subito mi sono precipitato fuori per vedere se il mio vicino di casa, ragazzo peraltro assai sereno e dai modi spicci, avesse commesso un gesto estremo. invece era uno scafandro di neoprene spesso mezzo centimetro, appeso ad asciugare. Essendo pesante, fletteva le funi e mi arrivava praticamente sul naso.

Allora ho voluto fare un titolo ad effetto, alla Emilio Fede, per festeggiare a modo mio la sua dipartita dai maroni delli itagliani, dopo mezzo secolo!

(poi, quando incontro il vicino, ce lo chiedo a cosa serve sto coso qui..)

100 passi

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Ecco un agguerrito gruppo di attivisti PD che risale fiero la creuza in cui risiedo. Appaiono piuttosto allenati e, nonostante l’acclività, nessuno pare avere la lingua felpata. Evidentemente viene solo a me che sono stazzo, invece a Genova abbiamo personaggi politici assai tonici… Bravissimi nello slalom che nemmeno Stenmark. Sono anche stati magnanimi, a modo loro: non hanno chiamato i vigili per far rimuovere il mio motorino, parcheggiato davanti casa. Hanno semplicemente scattato la foto verso mare, come a dimostrare che, col porto alle spalle che soffia vento in poppa, prendi la prima creuza che sale e in un batter d’occhio sei a Righi. Il nuovo corso del PD, runnin’ to the top. Basta birre solitarie nelle bettole dei caruggi: ora si tirano fuori gli attributi.

E quindi benvenuta nella creuza, orda bianca.

Quando però ho dovuto lottare contro il muro pericolante che delimita il mio giardino ed è di chiara competenza comunale o per canalizzare la sorgente che sgorga proprio sul terrapieno di sostegno, a 1 metro dalla tazza del mio WC (è bellissima, forse ce l’ha messa RonnieJames in persona…), beh allora ero solo. Ed in un caso non si sono più palesati, nell’altro mi hanno detto “arrangiati” e anche multato.

Ora chiediamoci: da quanto questo centro-sx governa qui?

E anche: siamo sicuri che, col “nuovo passo” faranno meglio?

Ora preghiamo, fratelli. amen. io vi assolvo per tutte le madonne che vi sgorgheranno dalla gola.

pensieri di cacca

-Sa, signore, ora è il momento giusto per comprar casa, si sono abbassati i prezzi almeno del 30% in poco più di un anno, oggi è possibile comprare immobili anche di ampia metratura al prezzo con cui compravi, fino a un paio d’anni fa, un bilocale nei vicoli!! approfitti delle ns offerte!!

-Certo, signora, riconosco perfettamente il fenomeno da lei descritto, il fatto è che, contestualmente, se devi vendere velocemente casa ti tocca regalarla in quanto ci dovete lucrare voi agenzie, lo stato, i notai e poi in vendita ce ne sono altre mille a prezzo stracciato.

-Beh ma lei mica vende ora, lei compra e affitta il vecchio immobile!! Poi vende magari tra 4 o 8 anni quando il mercato immobiliare avrà ripreso vigore.

-Senza dubbio. Ma non ho un soldo, le banche chiedono garanzie immani, prestano poco, malvolentieri e a tassi elevati. Mica siam tutti cuggini di ministri qui…

-Eh questo lo immagino, ma ci sono anche altri modi di ricorso al credito, se vuole noi siamo convenzionati con la finanziaria Minkiaprest che può concederle un fido fino a ventimila euro per la ristrutturazione.

-Signora, ma lo sa che conosco molte persone che rimpiangono Berlusconi? E non le parlo di trop manager ma di semplici operai, manovali, magazzinieri…

-Oh, lei non immagina quanto anch’io lo rimpianga. Dava un po’ di belino in giro, ma non avrebbe mai fatto gli scempi che stanno facendo questi qui. Questi fanno le pulci ai cani.

-Signora, lei qui fa un lavoro d’ufficio e, almeno che non le prenda un coccolone che poi gira l’occhio o rimane a carico del ssn fino al termine dei suoi giorni, voglio dire, se lei si rompe una gamba facendo jogging a Righi, al limite l’accompagna suo marito, ma in ufficio ci viene ugualmente, giusto?

-Sicuramente..

-Ecco, pensi invece ad uno che fa crene col trapano tutto il giorno. O magari un addetto al martello pneumatico. Metta il caso che a costui, che sperava di andare in pensione con 58 anni d’età e 40 di servizio, per la legge sulle mansioni usuranti, già roteavano i maroni al pensiero di dover rimanere in servizio fino a 66 anni. E poi scopre di avere un danno irreversibile ai nervi dell’avambraccio e di non poter più forare bitumi, pena la paralisi dell’arto. L’azienda cosa fa?

-Beh, l’azienda lo ricolloca e se non ha altre mansioni meno gravose in cui utilizzarlo, se è già in conclamato stato di crisi, ovviamente lo licenzia senza alcun problema. E lui aspetta 8 anni per ricevere la pensione di vecchiaia che gli spetta.

-Ecco, mettiamo che questo signore, qualche mese fa, sia venuto da lei e, tramite la sua consulenza, abbia acquistato un alloggio a prezzo ultraconveniente. Dopo come fa?

-Semplice, non può più pagare il mutuo e l’alloggio torna nelle disponibilità dell’istituto bancario emittente. Che a sua volta lo ricolloca sul mercato ad un prezzo altrettanto conveniente, per levarselo dalle balle.

-E quindi, signora, constatata l’assenza di arcate di ponti omniconforts, cosa mi consiglia?

-Si tenga la sua casa. Sarà piccola, ma almeno ha un tetto sopra…