oggi, mentre mettevo ordine tra le cartelle del vecchio Partito Comunista, che sto per gettare nel rusco, mi è venuto in mano questo scritto di un sacco d’anni fa, di quando ancora lavoravo al LittleKiss. non è granchè, ma la scena, realmente verificatasi, mi diverte ancora oggi. aspettate un attimo che poso la dentiera sul comò, avvito l’occhio di vetro e calzo il parrucchino, dopo averlo unto con olio di girasole… ok, son pronto. copiaincolla.
Seduto su uno sgabello del bar Corallo, Roberto tamburella nervosamente le dita sul bancone, guardando con la coda dell’occhio le auto che passano veloci oltre la vetrata.
Il vociare sottile degli avventori, stravaccati ai tavolini in alluminio, è scandito dal ronzio d’insetti che vanno a friggersi sull’elettroeliminatore.
Alcuni spirano in un istante, altri rosolano fragorosamente, lasciando nell’aria un odore di zolfanello.
– ahò, sarà stato ‘n tafano, quello…
fa Nando, dietro il bancone, impegnato a leggere un depliant d’annunci immobiliari.
Le pale del ventilatore girano lente, proiettando riflessi dei faretti sulla cristalliera e sulle loro due teste calve.
Neppure i pesci tropicali dell’acquario hanno intenzione di muoversi, se ne stanno lì fermi, incollati col bostik.
– a Nà, ‘r mio socio nun arriva… chissà che je sarà successo.
– oh nulla, Robè, vedrai che avrà trovato da parlà con quarche pischella.
– ma me pare strano, te dico. Eravamo l’un dietro l’altro all’uscita da lavoro, poi lui s’è trovato ‘r camion d’a spazzatura davanti e io l’ho superato ‘n contromano lasciandolo con ‘n parmo de naso.
– nun te stressà, amico, al limite faje pagà ‘r giro e va tutt’apposto.
Mezz’ora dopo Giovanni parcheggia trafelato sul marciapiede ed entra di corsa.
– ahò, a Robè, m’ha fermato a polizzia… ma tu l’hai vista ‘a pattuglia o nun te sei manco accorto?
– ‘nvedi sto casinaro, ne combina sempre una. E che t’han fatto, ‘tacci tua?
– eh, nulla, m’han controllato patente e libbretto, fatto aprì ‘r baule e poi giù con ‘na ramanzina che nun te dico!
– epperchè? Che j’avevi fatto?
– ah secondo loro stavo a partì troppo allegro dallo stoppe. Cercavano ‘na scusa pé parlà, forse.
– È ccolpa tua, che nun te sai comportà. Diritti negli occhi li devi guardà, fiero, e poi passà diritto e sfilà via.
– in effetti mò nun me spiego perché atté con quel grugno da teppista e quell’auto da malavitoso nun te se stavano manco a cagà. Invece io, faccia da bravo ragazzo e tipica auto da padre de famijja, ne faccio sempre le spese…
– sembrerà atté d’avé ‘r viso rassicurante. Manuela, vieqquà, secondo te tra noi due chi tiene la faccia più buona e timorata de dio?
– a me parete due elementi da manicomio, a pari merito. Ma de lui me fido di più, tu potresti avere quarsiasi cosa ner taschino. C’hai ‘no sguardo niente bello.
– ah così me tratti, ‘nfame… e io che t’ho mandato a cartolina da Cuba cor maschione ignudo…
– ahò, a Robè, nun te ncazzà: a domanna io rispondo, p’educazzione…
Ordinano due aperitivi, dopo aver letto con attenzione la lista, che conoscono a memoria, e aver scartato metodicamente tutte le possibili scelte.
– a Nà, chemmefai n’ammericano?
– pure ammé, grazzie.
Anche Nando e Manuela partecipano al giro, sempre per educazione, ma solo un bicchierino, che la giornata è lunga. La canicola dell’una pomeridiana incolla gli occhiali da sole alla testa di Giovanni e ne unge i lunghi capelli sciolti, chiazzando di sudore la t-shirt rossa con su scritto “punk rock suicide”.
È veramente un caldo bestiale, sul cranio lucido di Roberto brillano tanti pixel di secrezione, un rivolo solca la pelle mulatta di Manuela e le va a finire nel canale tra le due tette strizzate in un push-up da soffocamento.
Clienti in pausa pranzo da qualche ufficio poltriscono proprio sotto il getto del condizionatore, gaudenti nei loro completi fresco di lana, rischiando il colpo della strega.
Ognuno vorrebbe dire qualcosa, ma non c’ha niente da dire. Poi Roberto continua la solfa:
– perché, vedi Giovà, te nun capisci a psicologgia di chi te deve fermà pè lavoro e adda capì se tu sei davvero uno losco o c’hai la faccia da stronzo de tuo, da’a nascita. Nun è mica questione de facce e macchine.
Ma te ricordi, all’epoca, quando tu guidavi l’errequattro e io la citroen pallas, che tutti i posti de blocco erano i nostri?
– si, ma la mia era la tippica auto da hippone, la tua invece faceva personaggio dè ggiri strani…
– occhèi, ma eravamo belli allora, lo eravamo onnò? E se poteva girà, se poteva fà, se poteva parcheggià ‘n tripla fila e stà senza cintura, dormì sur sedile reclinato a bordo strada e i marmocchi staveno sempre a girà libberi per l’abbitacolo, senza sti cazzi de seggiolini ‘ngombranti. Se viveva ‘a strada con libertà, guidà nun era mica costrizione e nessuno c’aveva l’esaurimento nervoso…
Nel frattempo un carro attrezzi arancione sfila a passo d’uomo oltre la vetrata, portando agganciata una vecchia familiare scura e zozza. I ragazzi si guardano in viso l’un l’altro. Poi Nando picchietta sulla spalla di Roberto, l’unico rivolto col muso verso il bancone.
– Ahò, oggi nun è mica ggiorno, vai Robè che a sto ggiro offro io…