meditate, o gente..

l’altro giorno parlavo con un signore che mi capita d’incontrare spesso, quando vado a prendere Attila alla scuola. Lui è un ex lavoratore dipendente, oggi in pensione.
– buon anno, gli dico
– buon anno ‘na sega, mi risponde.. – ‘sti cunnuti ci metteranno tutti alla fame, almeno quando c’era Lui tutte ‘ste tasse non c’erano e si campava tranquilli, io ero già stato penalizzato dal Mortadella qualche anno fa e ora con questi qui siamo al tracollo…
– ma che ti aveva fatto, il Mortadellone?
– eh, aveva tolto il “famoso bonus”, io ero da anni al massimo contributivo e continuavo a lavorare perché mi davano il bonus, dei bei soldini… altrimenti me ne andavo in pensione, no?
– ah, ricordo bene, alcuni miei colleghi avevano il “famoso bonus”, guadagnavano un sacco di soldini e poi mugugnavano che era dura, che noi dovevamo capirli perchè erano anziani e non avevano più per il belino di lavorare… si lamentavano continuamente dei figli trentenni ancora disoccupati… fece bene a levarlo, era una cosa iniqua!
– invece no, se vuoi tenere la gente a lavorare fino a settant’anni la devi pagare, oggi ti fanno lavorare fino a settant’anni ugualmente, solo che non ti danno il becco di un soldo.
– beh, io non sono d’accordo né sull’una , né sull’altra faccenda.
– comunque il mio figliolo ha trent’anni è laureato ed è disoccupato… trova solo qualche coll senter.
– dimmi un po’: ma sei proprio sicuro che è cambiato tutto così radicalmente? secondo me Lui tiene come sempre in pugno tutti. Puoi vederlo ogni giorno, basta che fai un piccolo sforzo, ehi, ti è andato in pensione pure l’encefalo?? guarda bene: in realtà non è cambiato nulla di significativo.
tante parole, voglio vedere i fatti. e i fatti non ci sono.
– sarà, ma c’ho raggione io.

beh, oggi io e quel signore ci incroceremo ancora.
voglio chiedergli cosa pensa della questione Cosentino, salvato dalla Lega, lui così fiero meridionale magari scopro che è pure leghista…

ci faremo grasse risate.

anvedi

oggi, mentre mettevo ordine tra le cartelle del vecchio Partito Comunista, che sto per gettare nel rusco, mi è venuto in mano questo scritto di un sacco d’anni fa, di quando ancora lavoravo al LittleKiss. non è granchè, ma la scena, realmente verificatasi, mi diverte ancora oggi. aspettate un attimo che poso la dentiera sul comò, avvito l’occhio di vetro e calzo il parrucchino, dopo averlo unto con olio di girasole… ok, son pronto. copiaincolla.

 

Seduto su uno sgabello del bar Corallo, Roberto tamburella nervosamente le dita sul bancone, guardando con la coda dell’occhio le auto che passano veloci oltre la vetrata.
Il vociare sottile degli avventori, stravaccati ai tavolini in alluminio, è scandito dal ronzio d’insetti che vanno a friggersi sull’elettroeliminatore.
Alcuni spirano in un istante, altri rosolano fragorosamente, lasciando nell’aria un odore di zolfanello.
– ahò, sarà stato ‘n tafano, quello…
fa Nando, dietro il bancone, impegnato a leggere un depliant d’annunci immobiliari.
Le pale del ventilatore girano lente, proiettando riflessi dei faretti sulla cristalliera e sulle loro due teste calve.
Neppure i pesci tropicali dell’acquario hanno intenzione di muoversi, se ne stanno lì fermi, incollati col bostik.
– a Nà, ‘r mio socio nun arriva… chissà che je sarà successo.
– oh nulla, Robè, vedrai che avrà trovato da parlà con quarche pischella.
– ma me pare strano, te dico. Eravamo l’un dietro l’altro all’uscita da lavoro, poi lui s’è trovato ‘r camion d’a spazzatura davanti e io l’ho superato ‘n contromano lasciandolo con ‘n parmo de naso.
– nun te stressà, amico, al limite faje pagà ‘r giro e va tutt’apposto.
Mezz’ora dopo Giovanni parcheggia trafelato sul marciapiede ed entra di corsa.
– ahò, a Robè, m’ha fermato a polizzia… ma tu l’hai vista ‘a pattuglia o nun te sei manco accorto?
– ‘nvedi sto casinaro, ne combina sempre una. E che t’han fatto, ‘tacci tua?
– eh, nulla, m’han controllato patente e libbretto, fatto aprì ‘r baule e poi giù con ‘na ramanzina che nun te dico!
– epperchè? Che j’avevi fatto?
– ah secondo loro stavo a partì troppo allegro dallo stoppe. Cercavano ‘na scusa pé parlà, forse.
– È ccolpa tua, che nun te sai comportà. Diritti negli occhi li devi guardà, fiero, e poi passà diritto e sfilà via.
– in effetti mò nun me spiego perché atté con quel grugno da teppista e quell’auto da malavitoso nun te se stavano manco a cagà. Invece io, faccia da bravo ragazzo e tipica auto da padre de famijja, ne faccio sempre le spese…
– sembrerà atté d’avé ‘r viso rassicurante. Manuela, vieqquà, secondo te tra noi due chi tiene la faccia più buona e timorata de dio?
– a me parete due elementi da manicomio, a pari merito. Ma de lui me fido di più, tu potresti avere quarsiasi cosa ner taschino. C’hai ‘no sguardo niente bello.
– ah così me tratti, ‘nfame… e io che t’ho mandato a cartolina da Cuba cor maschione ignudo…
– ahò, a Robè, nun te ncazzà: a domanna io rispondo, p’educazzione…
Ordinano due aperitivi, dopo aver letto con attenzione la lista, che conoscono a memoria, e aver scartato metodicamente tutte le possibili scelte.
– a Nà, chemmefai n’ammericano?
– pure ammé, grazzie.
Anche Nando e Manuela partecipano al giro, sempre per educazione, ma solo un bicchierino, che la giornata è lunga. La canicola dell’una pomeridiana incolla gli occhiali da sole alla testa di Giovanni e ne unge i lunghi capelli sciolti, chiazzando di sudore la t-shirt rossa con su scritto “punk rock suicide”.
È veramente un caldo bestiale, sul cranio lucido di Roberto brillano tanti pixel di secrezione, un rivolo solca la pelle mulatta di Manuela e le va a finire nel canale tra le due tette strizzate in un push-up da soffocamento.
Clienti in pausa pranzo da qualche ufficio poltriscono proprio sotto il getto del condizionatore, gaudenti nei loro completi fresco di lana, rischiando il colpo della strega.
Ognuno vorrebbe dire qualcosa, ma non c’ha niente da dire. Poi Roberto continua la solfa:
– perché, vedi Giovà, te nun capisci a psicologgia di chi te deve fermà pè lavoro e adda capì se tu sei davvero uno losco o c’hai la faccia da stronzo de tuo, da’a nascita. Nun è mica questione de facce e macchine.
Ma te ricordi, all’epoca, quando tu guidavi l’errequattro e io la citroen pallas, che tutti i posti de blocco erano i nostri?
– si, ma la mia era la tippica auto da hippone, la tua invece faceva personaggio dè ggiri strani…
– occhèi, ma eravamo belli allora, lo eravamo onnò? E se poteva girà, se poteva fà, se poteva parcheggià ‘n tripla fila e stà senza cintura, dormì sur sedile reclinato a bordo strada e i marmocchi staveno sempre a girà libberi per l’abbitacolo, senza sti cazzi de seggiolini ‘ngombranti. Se viveva ‘a strada con libertà, guidà nun era mica costrizione e nessuno c’aveva l’esaurimento nervoso…
Nel frattempo un carro attrezzi arancione sfila a passo d’uomo oltre la vetrata, portando agganciata una vecchia familiare scura e zozza. I ragazzi si guardano in viso l’un l’altro. Poi Nando picchietta sulla spalla di Roberto, l’unico rivolto col muso verso il bancone.
– Ahò, oggi nun è mica ggiorno, vai Robè che a sto ggiro offro io…

lo zen e l’arte della fresatura dell’ananas

cavelùn danza nebbioloA capodanno, un tempo, se non organizzavi qualcosa di iper-divertente eri del gatto almeno fino a marzo. Se poi andava male pure la festa di Carnevale, alla quale in genere uno che ha poca fantasia si maschera da femmina e si depila il torace per un credibile decolleté, allora eri del gatto fino a giugno e se per caso a giugno andava male la prima grigliata in spiaggia a Vesima, allora eri del gatto tutto l’anno. A meno che la sera di san lorenzo tu non fossi a guardar stelle sul Monte Fasce in compagnia della donna dei tuoi sogni. ma siccome eri probabilmente in Praglia a farti un cannone d’erba (da solo) allora eri del gatto fino a Natale. E,a questo punto, il ciclo era pronto a ripartire

Ricordo un anno in cui Ernesto riuscì a prendere una merda di cane con entrambe le Espadrillas durante una serata in spiaggia. Le cordicelle di cui era fatta la suola adsorbirono all’istante gli ioni gustomerda e me lo portai a casa scalzo, coi piedi fetidi sulle pedane del vespino: quello fu un cat year.

Invece basta la gente giusta ed il resto viene da se. Noi che ormai abbiamo più anni delle cocorite, lo sappiamo bene. Non occorre spostare montagne o mangiare pejotes. Ed infatti è stato il miglior capodanno dal 99 ad oggi. Ma nel 99 ero più giovane e reggevo 8 Baxayquitos…

Ed ora, il suggello filosofico: l’elemento presente in foto non è (soltanto) un nostalgico dei seventies, cui ho applicato un’accurata elaborazione Porcoshop per dissimularne i lineamenti, bensì un inventore di sagge pillole. Portatevelo dietro e vi organizzerà la serata, che probabilmente andrà a finire con un sacchetto di prelibatezze lanciato per errore nella spazzatura. Iniziare l’anno ravanando nel bidone della rumenta, non ha prezzo. Già dall’inizio capisci che saranno tempi duri. E anche che ce la farai di sicuro.

Pillola#1 – Se tagliuzzi la buccia di un ananas e ti accanisci colla punta del coltello all’escissione di ogni piccolo bitorzolo, esso si impetterà e non emetterà sugo. Finirai col mangiare una sorta di crostino di polenta gusto pineapple. Se invece lo cogli di sorpresa, prendi il coltellaccio e gli tagli la testa con gesto repentino, poi fai il carotaggio con l’apposito strumento, prendi la fresa e lo sezioni a spire circolari, ecco, quando tiri via il tutto, lui ti restituirà mezzo litro di succo che chiede soltanto di essere addizionato con un buon rum invecchiato. Se il carotaggio non è preciso e rimane il durone centrale nella cavità del trapano, basta prendere due elementi sbronzi, uno tiene e l’altro sbatte con un pentolino sul manico di uno spremiverdura. Constatato che gli schizzi di succo siano giunti fino alla sesta piastrella, e che quindi il disegno divino sia realizzato, buon anno e auguri a tutti.

col piede sbagliato

Oggi dovevo fare pochissime cose. Gettare due mega sacchi di raccolta differenziata, comprare il tabacco che avevo finito due giorni or sono e fare incetta di latte per la marinatura dell’arrosto di cinghiale, che degusteremo con indicibile gioia domani sera, unitamente alla Monk’s Family, alla Rockstar’s family e alla famiglia del Sommo Ideologo. Tempo necessario previsto per le Mansioni Brevi: 12-15 minuti.

Mi paleso presso le campane del rusco differenziato e le trovo strabordanti e circondate da cumuli di cartone, lattine e bottiglie (che i campanari giammai raccoglieranno, passeranno i ragazzi dell’Amiu e li lanceranno, con bestemmie e disappunto, nel bidone dell’indifferenziato). Nel mio quartiere ci sono circa dieci assembramenti di campane colorate. Tutti traboccanti. Al sesto finalmente trovo posto per la mia collezione di cartoni di Latte Delle Vacche Genovesi e di bottiglie di una certa Weissbier che sull’etichetta ha uno con la tunica.

Mi ruotano i maroni ed a fatica riesco mantenere il feldskooter incollato al terreno, una propellente forza mi spinge verso il kreatore che non esiste, in quanto sono agnostico, ma certe volte me ne scordo. Poscia m’accingo ad acquistare la mia confezione di tabacco Ceppafield con cartine Nizla corte e filtrini Burp, ma la tabaccaia che mi serve è antipatica come un cactus nei boxer, le consegno pure, nella mano avvizzita, sonante e precisa moneta e lei mi guarda con quella solita faccia stile “che minchia vuoi, io teng’ problemi”.

“simpatica come il colera” sibilo nemmeno troppo a bassa voce e mi avvio verso il supermercato. Appena aperto, ore otto e trenta, già gremito di vecchietti che Monti ha detto che c’è la crisi e forse quelli della lega da Berghem scateneranno un conflitto atomico e quindi è d’uopo accaparrarsi ettolitri di latte da stipare nel bunker sotto casa. Tra essi c’è sempre il Vecchietto Falloso, quello che, giunto alla cassa, cerca di sopravvanzarti entrando contemporaneametne di spalla-gomito, alla Claudio Gentile. Solo che io faccio come Paolino Pulici, mi irrigidisco e il supponente essere rimbalza via, urlando “cavelùn drugou gnurante”.

Pensierino del penultimo giorno dell’anno peggiore della mia stolida esistenza:

Basta con la differenziata. Non gliene fotte una ceppa ad alcuno: da domani tutto andrà nel normal-rusco. Al supermarket si va alle 20.30, quando i Vecchietti Fallosi dormon beati. Quel tabaccaio deve chiudere e formarglisi la ragnatela sulla serranda. Eppoi gnorante sarò gnorante, ma drugòu purtroppo no, che se lo fossi stato, sarebbe meglio.

Baci e buon ano nuovo, così, con una ‘n’ sola..

balls’rotation

nuovo blog, nuova vita.

vecchi guai, nuovi giramenti di palle.

nuove cose bellissime che stentano ad arrivare.

che qualcuno ci abbia deliberatamente contato delle musse per decenni?

sembra a volte il mondo fatto di cumuli di rumenta del cartoon di Wall-e, solo che non mi giunge ancor voce di grassoni sulle astronavi (uno per la verità ci ammorba quotidianamente dalla tv, l’astronave giusta gliela troverei io..)

uàn simpol reflescion: intanto questo è un post di prova e posso dire chemminchia voglio.

nel 2004, cioè quasi otto anni fa, quando aprii il mio unico blog su splinder, che poi era pure il secondo, perchè prima avevo una specie di blog collettivo su excite, Attila non scorrazzava ancora a far danni per le desolate lande liguri e c’era ancora mia nonna viva, quasi centenaria e flippata come un melone, ma pur sempre viva.

non conoscevo un tot di gente e ne frequentavo altra che poi a poco a poco è andata per la sua strada, o mi sono tolto dal belino, oppure è rimasta.

giravo con una Hornet-s, che è una Hornet con la carenatura, qui da noi ne hanno vendute 2 di cui una era la mia, l’altra era di Tambu e pare strano che gli unici possessori di un siffatto mezzo si conoscano anche nella vita reale.. tuttavia quelle moto si sono già estinte e quindi è inutile che la descriva.

a conti fatti, la piattaforma splinder, che era sicuramente quanto di più easy e meno professionale potesse esistere, anche un oritteropo poteva aprirsi un blog lì sopra, almeno a qualcosa è servita.

mi sono aperto un blog qui sopra solo grazie all’ineffabile Rael, se dipendeva da me ero a zappare il cavolo a boccia, versione invernale.

ah, otto anni fa votavo ancora.

oggi il mio motto è: tra Musso e la Pinotti, meglio andare all’osteria a farsi due gotti..

diavoli del fango

Partiamo dal Big Bang:
Possiedo, fin dalla nascita, un’ernia ombelicale a cui sono affezionato.
Nel corso dell’incidente in moto, riguardo cui vi ho finemente tagliuzzato i maroni in queste settimane, ho sbattuto l’addome sul serbatoio della defunta e mi si è gonfiata sta belin di boccetta, facendomi un male della cantante pop.
Assai preoccupato, prenoto celermente un’ecografia e me la assegnano proprio in uno sperduto luogo della Val Bisagno, adiacente a Piazza Adriatico, che fino ad allora non mi diceva nulla.
(tranne un simpatico tossico conosciuto 15 anni fa al pronto soccorso e mai più rivisto)
(e tranne che nominare “Piazza Adriatico” un luogo situato appena dietro l’argine di un fiume è come creare un “Lungomare San Zito” nei Grigioni..)
Invece quel luogo è stato devastato dall’alluvione, ed oggi gode di un momento di triste gloria.
Appena giunto, mi metto a girellare in motorino nell’intrico di viuzze e all’improvviso mi si para davanti un omaccione gigantesco tutto zozzo di fanghiglia, il quale dice:
– Belin, cosa cerca lei qui? Vadi via!
– Ma io veramente debbo fare una visita alla clinica Santa Cunegonda, però in questo labirinto non riesco a trovarla.
Assai cortese, mi ci accompagna e poi aggiunge:
-Ogni tanto metto il muso fuori e fermo le facce che non sono di qui, perchè tutte le cantine e i magazzini sono sfondati e abbiamo paura che venga qualcuno a portar via qualcosa.
Non fa una grinza.
Ma se quel qualcuno si paleserà e porterà a casa un ceffone sul viso dalle mani-pala dell’energumeno, godrò enormemente.
Non si scherza con la gente a cui gira il belino.
Hanno già fatto sforzi enormi e ne dovranno ancora fare altrettanti.
Meritano almeno il rispetto di tutti.

illuminante: (commento anonimo ad un blog)

"La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.
invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla…"

(Seren, da triplice parte in causa, o forse quadruplice, che mi dici riguardo a 'sto aforisma?)

forseultimopost

Di questi quasi otto anni parlati qui sopra potrebbe rimanere traccia come no, dato che non ho ancora ben deciso cosa fare.
Negli ultimi tempi mi prende come una sorta di fatalismo. Una voglia di lasciare andare tutto. Le fasi si chiudono, altre se ne aprono.
Non ho più una moto, o almeno la possiedo solo legalmente, dato che probabilmente sarà da demolire: vado col vecchio scooter e, quando esploderà, andrò a piedi.
Una sorta di neo-frugalità.
Poi, però, un attimo dopo, prende la smania di tenere, conservare.
Si rileggono i vecchi scritti, ci si spreme il cervello alla ricerca di vecchi ricordi, di quando anche il cielo aveva un colore diverso, come nelle foto virate seppia.
Chi eri tu, con quella faccia stralunata e chi ero io, com'ero?
E chi se lo ricorda… solo piccoli indizi da sommare faticosamente.
Come siamo cambiati e come non siamo affatto cambiati.
Una volta non c'era internet e non c'erano gli smartphone, figurarsi i cellulari. Le moto erano costose e si cavalcavano vecchie vespe scrostate, da parcheggiare in discesa perchè partivano solo a spinta.
La mia era elaborata e aveva un adesivo dei Jethro Tull sulla scocca.
(mi sono sempre interessato troppo ai motori, per questo non ho avuto tempo di farmi un vera cultura)
Brandendo questi simpatici rottami, si usciva presto la mattina e si andava all'università.
E lì si discuteva animatamente sui divanetti al piano terra, fumando via la prima ora.
(era consentito fumare indoor)
Dopo qualche minuto però ci si rompeva il belino di tutti 'sti discorsi "belli tondi ragionevoli" e il cazzeggio prendeva il sopravvento.
Con un amico dell'epoca, avevamo preso il giro di arrivare prestissimo in facoltà e di intavolare inutili tenzoni a colpi di barzellette o aneddoti divertenti, accaduti al tale o al tal'altro. Formavamo un capannello di cazzoni che saltavano le prime due ore.
Lui era in grado di proferire le più bieche sconcezze con quel suo fare da signorotto ottocentesco, ad un certo punto entravo in scena col mio "camallo-style" a dare la stoccata finale.
(poi sono entrato nelle FS, lui dopo un po' si è laureato ed è andato a farsi una vita lontano)
Terminate le lezioni, spesso a pomeriggio inoltrato, intervallate da un panino al volo in uno dei baretti di S. Agostino, ci si beveva una ceres e ci si dava appuntamento per l'indomani.
Ma non tornavo a casa: attraversavo un pezzo di città e salivo alla Casa del Dente (erano cadute alcune lettere dalla scritta in facciata, la chiamavamo così).
Cena in mensa a 800 lire, prima fascia di reddito, e tutta la sera per i discorsi più seri. Che, allora sì, era il momento giusto.
Alla fine era un continuo scrivere pagine. Lo scorrere della vita stesso era un modo per scrivere pagine, non rimaneva quasi neppure il tempo per dormire.
Oggi c'è un gran tempo per riposare, le pagine sono scritte per sempre, si lavora sodo e la sera si dorme, il giorno dopo è analogo ed equipollente.
Semmai qualcuno scriverà per noi.
Mi sento assai stanco.

(deciderò qualcosa, prima del timeout)

splinder chiude

oggi apro il blog perchè avevo da scrivere una roba di quelle pesanti e scopro da alcune titolate voci che splinder il 24 novembre chiude e tutto viene cancellato per sempre.
diventerà un sito per la vendita online di preservativi aromatizzati.
(c’è la crisi, quindi la gente non scrive e in qualche modo il tempo dovrà occuparselo)
quindi ho deciso che mi sposterò.
ma non so ancora dove.
(e non so ancora come fare)
baci.
vado a sbattermi.