Quei 97 nomi sulla lapide, nomi di ragazzi raggruppati in un fosso e fucilati, parlano, se vuoi ascoltarli.
Loro e le altre centinaia di nomi, scolpiti sulle lapidi a fianco, quelli dei deportati che non hanno fatto ritorno a casa.
Rastrellati lungo le mie valli. Combattenti, certo, ma anche renitenti alla leva, gente comune.
Giovani uomini, perlopiù ventenni. Alcuni portano il mio cognome. Sono la mia gente.
Qui ci vengo fin da bambino.
Salgo ogni anno, in ricorrenza, ma in realtà passo appositamente anche molto più spesso, da queste parti.
Per me ogni giorno è il 25 aprile.
Non è guerra civile, non tutti i caduti sono uguali, è Resistenza.
Come ogni anno lascio due righe.
Alla faccia di chi sovrappone altre verità.
Aiutato dal fatto che l'uomo dimentica le cose importanti, (s)vendendosi a quelle più futili e patinate.
Guardate in che razza di mondo di merda siamo.
Colpa nostra, ce lo siamo fatti costruire attorno, giorno dopo giorno, senza reagire.
E adesso è come una gabbia che non va più via.
Una gabbia dalle sbarre morbide e colorate, ma dentro, comunque, c'è un tondino di ferro.
Quanti secoli ci metterà ad arrugginirsi?
Ogni giorno mi sento sempre più fuori da tutto 'sto inutile vociare.
Da questa gente che odia a comando, ama a comando.
Sbandiera i cazzi propri sui social network.
Non sa cosa significhi lavorare ad un bene comune.
Ma sa ben lavorare ad un profitto personale, univoco ed immediato.
I bambini in spiaggia non sanno più giocare alle biglie, tutti hanno il loro videogame portatile.
Potrei essere il loro bisnonno.
Questo vorrei raccontare ai ragazzi sulle lapidi della Benedicta.
Magari esistesse una sopravvivenza dell'anima.
Forse almeno loro mi ascolterebbero.
mammuth
Un sessantenne capellone oltremodo grasso e sparato via dalla società.
Una vita vissuta al di dentro, come una matrioska piena di biglie colorate.
Pochi gesti consueti, poche scarne conversazioni.
Una vecchia moto, truzza e mastodontica: introvabile Munch Mammuth 1200, primo mezzo a due ruote a montare un motore di derivazione automobilistica.
E forse l'uomo della strada non ci fa caso, tantomeno la casalinga di Voghera..
Ma a me è chiaro come un mezzo del genere, già costoso quanto una fuoriserie negli anni 70, non possa stare sotto il culo di uno spiantato puzzone.
Forse era meglio, così per dire, una Ducati Scrambler 350.
O un Guzzi Falcone, in grado di sopportare l'enorme mole del protagonista.
Ma sono sempre ipercritico, non fateci caso.
Ad ogni modo uno strampalato road movie.
Per le vie della Charente-Maritime non si trova una persona in bolla nemmeno a pagarla.
Un covo di sbiellati.
Non andateci, se tenete alla sanità mentale. Potreste non tornare più.
Oppure tornare migliori e soavemente variopinti, avvolti in soffici tuniche molto new age, in sella ad un Motobécane scoppiettante….
E vi prenderebbero a mazzate, di sicuro.
Perché qui dobbiamo fingere d'essere tutti perfettamente a piombo.
Chi ama Depardieu, guardando questo si scioglierà come un cubetto di burro.
Chi gli sta sul belino, avrà le pudenda ancor più appesantite.
E probabilmente spaccherà qualche oggetto di poco valore, in casa.
Soprammobili, vassoi porta-cioccolatini, ti prego leva le mani da quel posacenere ricavato da un carburatore Mikuni da ventidue.
Io però mi ci sono visto.
Magari tra vent'anni
Magari tra ulteriori 20 chili. O forse 40. Facciamo 60 e non se ne parla più.
Magari part-time. Che ad essere fuori di cotenna 24h/24 avrei di certo qualche problemuccio.
Magari con una moto altrettanto affascinante, ma meno pacchiana.
(facciamo un'Honda CB750 four del '72?)
(reperibile, ma molto cara, eh…)
(..metto il postepay per le donazioni in puro baldrak-style? vendo le mutande con cui ho fatto Genova-Stelvio in giornata..)
.
Sull'elaborazione e la condivisione del dolore e sulla persistenza di una mancanza esistono migliaia di modalità.
Nessuno di noi, che viviamo il presente, che vibriamo nell'ora e qui, è vaccinato al vocabolo fine.
Chi esterna, anche in maniera assidua e poco ortodossa.
Chi si tiene il vuoto, chi smette di comunicare.
Non puoi lottare contro il dolore perchè non è la modalità d'approccio adatta.
Tanto vale smettere subito.
Cosiccome non puoi giocare a dadi con la felicità a portata di mano, perchè lei non esiste senza un solerte costruttore.
E che non gli baleni l'idea di disfare tutto, giunto alla sommità dell'opera.
Non puoi fingere di non pensarci.
Non puoi nemmeno continuare a pensarci di proposito.
Hai uno straccio legato alla testa, zuppo di ricordi e di parole.
Allora ti viene una sorta d'impellente bisogno di sentirti piccolo.
Ti senti piccolo e fai un viaggio.
E sei solo mentre viaggi.
Davanti a te le strisce intermittenti sull'asfalto ed ognuna è un nitido frammento da snocciolare.
Poi arrivi al punto prefissato.
Un luogo che dev'essere necessariamente in alto.
E ci dev'essere un vento feroce a prenderti a schiaffi.
Un cielo azzurro, in grado di portare lo sguardo lontano, oltre le montagne, oltre le pianure, oltre il mare.
Quindi è svelato il tuo reale ambito.
Sei un semplice granello.
Tutto quel che ti accade intorno, un insieme di granelli.
Le tue preoccupazioni, quelle che che t'invadono ogni giorno, granelli ancora più piccoli.
Tutto questo bel mondo andrà avanti con o senza di te.
Sei appena arrivato qui per vederlo tutto. Hai viaggiato e sei stanco.
Ma te ne puoi già andare.
Appena il tempo di riposare un po' le terga.
Far riprendere le gambe dalle vibrazioni.
pochi minuti bastano: già hai imparato tutto.
Sai bene, le cose che rimangono dentro sono come il cemento.
Le hai lì in un angolo.
A poco a poco sapranno non essere invasive.
Mentre ridi al bar cogli amici, un bicchiere in mano e la sigaretta nell'altra.
Loro staranno buone lì, in un loro angolo eterno e univocamente destinato.
E tutte le volte che percorrerai quelle strade, da solo, farai una deviazione per tornare in quel luogo.
Imparerai la medesima lezione.
L'unica lezione che sai a memoria, ma che ogni tanto ti va di imparare ancora.
Tu da solo, lassù sulla cima.
Il mondo sotto, a brulicare indolente, distratto.
Lui e tutti i mondi esistenti: granelli legati assieme da elastici invisibili.
genova prog festival.
Chi avrebbe detto che un giorno avrei riascoltato dal vivo e in formazione (quasi) originale quei vecchi brani.
Forse bisogna vivere nel momento e non chiedersi mai troppe cose.
D'altronde non è che ci tenessi più di tanto ad arrivare ad un'età così avariata.
Della luce diversa, più vivida, che ci nutriva negli anni 70, ne ho parlato allo sfinimento.
Della casa in campagna, l'albero di ciliegie bianchette che la ombreggiava per metà e rendeva umida la terra battuta del cortile, ho ricordi vividi.
C'era un campo pianeggiante, sul retro, fatto abbastanza insolito per l'appennino ligure, dove tutto è acclive.
Mio nonno lo sfalciava sovente, col ferro e la cote attaccata in cintola.
Il rumore metallico, il sibilo della lama, l'odore d'erba che si spandeva ovunque.
Mani enormi di contadino prestato all'Italsider.
Mani in cui la mia si perdeva, quando andavo a chiamarlo all'osteria dell'ANPI, per dirgli che la cena era quasi pronta.
Al centro del campo c'era un'altalena fatta di legno e corda.
Ci giocavamo a sera, dopo la cena che si teneva rigorosamente alle sette, col sole ancor alto.
Lei aveva quattordici anni, io otto.
Mi faceva ascoltare la musica in voga in quel periodo.
(mica Baglioni o i Camaleonti… sia chiaro)
Dentro c'erano immagini che vivevo ogni giorno.
Dopo quasi quarant'anni è ancora tutto vivo e nitido.
Vale solo la pena, ogni tanto, di tirarle fuori.
timeflies25
ha piovuto tanto e poi ha fatto troppo caldo.
l'erbaspada verdissima e ancor tenera si piega sotto i piedi scalzi, gommosa.
un vestito bianco, un ciondolo d'argento a forma di tartaruga che il sudore fa macchiar d'ossido scuro la pelle del torace.
batuffoli di pioppo volteggiano muti nell'aria.
sul prato, la Dyane cartazucchero di Giovanni, finito chissadove.
seduto sul cofano lui, con un gran cannone in mano.
altoparlanti enormi avvitati ad una cassa di compensato e tettuccio di tela arrotolato.
capelli lunghi fino alla cintura.
un odore floreale persistente, nel naso.
qualcuno ha pestato una merda di cane e si lava alla fonte, smadonnando.
quanto può sembrare banale ed ingenuo il passato eppure quanto vorrei tornasse ora.
molti anni fa, era l'epoca di Chernobyl, la radioattività si posava sui nostri prati smeraldini.
e la televisione diceva di rimanere in casa, ma era impossibile.
il nemico peggiore è quello silente
noi avevamo tanti amici
e pochi nemici.
delineati e nerboruti.
forse quei giorni ci hanno davvero rotto dentro un qualcosa.
abeti impiccati.

estate in aprile.
voglia che tutti gli impegni svaniscano.
anzi, che si effettuino e concludano da soli.
(se svaniscono, poi ricompaiono, sti fetenti.. ed invece io desidero affrancarmene in eterno.)
voglia di andare nonsodove.
di partire per una qualche destinazione, poi rompersi il belino e deciderne un'altra eppoi un'altra ancora.
così per tutto il giorno.
percorrere 10 chilometri di ogni strada e poi sceglierne un'altra.
andare, tornare indietro, fermarsi.
un prato, una spiaggia deserta, una vecchia fattoria in rovina.
allungare le gambe oltre il manubrio, schiena sulla sella e testa poggiata al sellino del passeggero.
balle sul serbatoio, al fresco.
voglia di chissà che cosa.
è il caldo che arriva di botto.
certo, è banale, lo so bene.
il mondo sta cedendo, si sgretola.
dobbiamo poggiarci ai lati per tenerlo assieme, coraggio, che aspettate?
no, no, levatevi di mente ogni idea, occorre focalizzarsi.
essere zelanti e diligenti:
qui non stiamo mica a smacchiare il leopardo!
(quando Crozza prende per il culo Bersani io gioisco di gioia)
allora tu vai di là. io reggo di qua.
la mia testa è col culo a mollo tra i flutti.
dentro, però, nel nocciolo radioattivo, sono anch'io concentrato a sopravvivere.
vorrà dire che sono intellettualmente disonesto.
è probabile sia così.
(ogni tanto mi sento come quell'abete impiccato)
tearstory
Stamane, smontato dal turno di notte, non riuscivo a prendere sonno.
Allora ho incolonnato tutti gli MP3 dei Rush in ordine cronologico da 2112 a Signals.
(di cui possiedo comunque cd e vinili origginali)
Con Workin' man come apripista…
(questa la capisce solo il Gattosecco)
Ho pensato: ormai di certo non dormirò, ma almeno posso stare tutto il giorno sul divano e magari rifletto sul cosmo e sui suoi influssi benefici sulla nostra psiche
(belin quante esse in questa frase, baricco di sicuro la scriveva meglio)
Tears l'avrò ascoltata per la prima volta quando ero anolescente.
(sì, proprio così, scritto con la enne, perchè è proprio a quell'età che il giovane cittadino comincia a pigliarla 'ntukulu)
Tears dice:
Una vita di domande
Lacrime sulla tua guancia
Ho conosciuto le risposte
E il mio corpo era fragile a causa tua.
La verità.
Io a quell'epoca non conoscevo ancora l'Inglese, alle medie avevo fatto Francese.
Iniziai ad appassionarmi al britannico idioma traducendo testi dei Metallica, qualche anno dopo.
Ma nell'80 i Metallica non esistevano ancora.
Ed io ero adolescente.
Belin, come si fa?
Per fortuna c'era Richy Canne, il cui soprannome derivava da una frase che lui aveva detto (ci facciamo due canne al concerto dei Getro Tàl), proprio lui che non aveva mai fumato nemmeno una North Pole…
Insomma, Ricky aveva uno zio che stava in America e sapeva due parole d'Inglese.
(ma perchemminchia ai ragazzi davano il Francese alle medie..)
Quindi lui traduceva i testi dei Rush.
Eppoi li scriveva su pezzetti di foglio a quadretti, che se volevi potevi anche portarteli a casa.
E a me toccarono i Metallica.
(…una seconda scelta…)
Però è grazie a Hetfield e soci se oggi mi faccio capire dagli anglofoni megli'assai di tanti loschi figuri che dicono "belin l'inglese io lo studiai per 5 anni" eppoi non spiccicano parola.
Quindi, tornando alla discussione primigenia, son trent'anni che ascolto questo brano e non mi sono ancora rotto il belino.
All'epoca ero innamorato di una ragazza che non mi cagava nemmeno immersa in una vasca di guttalax.
Però cagava tutti gli altri come avesse la maledizione di montezuma.
Eppure ero un bel ragazzino, non un vitello come adesso.
Ma avevo il naso grosso.
E negli anni ottanta usavano i nasi piccoli.
Anzi, se nascevi senza naso ti facevano un trono di palissandro.
Però il naso sarebbe venuto poi bene negli anni a venire, ma ometto la trattazione perchè non vorrei scadere nel porno.
Oggi darei una falange per non averla mai conosciuta, 'sta ragazza dall'encefalo grande come un pinolo nano immerso nella sambuca….
Ma all'epoca l'amavo assai, ascoltavo questo brano e pensavo alle mille domande che mi attendevano (alle quali non avevo la minima intenzione di dare una risposta così, su due piedi)
E alla lacrima che scorre sulla guancia della mia amata.
Mi sovveniva la frase che mi diceva mio nonno e che ho eletto a leitmotiv della mia esistenza.
– Piangere è sancire la propria impotenza, gli uomini non piangono!
Però avevo visto marcantonii sedicenni, tatuati e sempre con lo stuozzo in bocca, che avevano già la moto con la targa eppure piangevano per la mina che gli spezzava il quore.
E poi si può anche piangere per le risate.
Sghignazzare al punto che la gambe diventano molli, la gola si occlude e le lacrime scorrono copiose ad inzuppare il colletto della finta-lacoste.
– Non riesco più a ridere così. Vedo gente, parlo di mille passioni, ma non riesco più a ridere di gusto come facevamo quelle sere in casa tua. Sono diventato un musone.
Questo mi diceva ieri l'altro un caro amico.
(a tredici come a quaranta, se c'è un musone in giro, allora nei paraggi c'è anche una lei che atomizza i maroni…)
Questa è la verità.
spezzare arancia in favore di vigili onesti ed efficienti.
Ieri ho portato il feldskooter a Teppaland, per rifare la sella ormai lisa e sfondata.
Dopo essere andato a trovare Enzo il collega siculo in pensione ed aver divorato un luculliano pranzo basco presso Mr. Jones, che m è costato un tallone testè impaccato d'argilla per sgonfiarlo.
(…saltando un "muretto" di 2 metri, scorciatoia per ritardatari che prendono il treno a volo…)
Dicevo, dopo tutti 'sti avvenimenti, mi reco dal sellaio per il ritiro.
Estraggo il portafoglio dal marsupio per pagare, poggio il suddetto sul Termoscud (quell'affare che fascia tutto lo scooter come un goldone), metto il portafoglio in tasca e riparto a razzo.
Alla prima curva, ovviamente, il marsupio cade.
Vado a ritirare Attilone presso l'Angelface Family, tutrice temporanea (cui rinnovo, su queste pagine, il mio incondizionato affetto) e, al momento di venir via mi accorgo che BELIN NON HO IL MARSUPIO.
Non sto a crucciarmi più di tanto, da un po' di tempo Attila nasconde le cose e te le rende solo minacciandogli ritorsioni.
(il gormito vola in Via Lemani Dalnaso)
(nutella razionata)
(niente formaggini per un lustro)
Arrivo a casa dopo un paio di minuti e già squilla il telefono.
– buongiorno sig. Everything, sono Gina Parodi dell'assicurazione Ceppa Express di Sampierdarena.
– buongiorno a lei, a cosa devo questa chiamata, visto che voi di Ceppa Express non rompete mai il belino con promozioni et similia?
– mi hanno chiamato i vigili di Cornigliano…
(…omadonna, avrò fatto cadere per sbaglio un vecchietto in bici…)
(…quella vecchina con la borsa del superbasko che attraversava col rosso, facendo il saluto romano e io allora le ho fatto il pelo apposta, avrà perso l'equilibrio…)
-…si sente bene signor Everything?
-…sì, sì, mi dica…
– hanno rinvenuto il suo marsupio ma dentro non c'erano numeri telefonici, allora hanno un po' ravanato e trovato il nostro, pregandoci di avvisarla con urgenza. Si segni il loro numero e li chiami.
Con un enorme sospiro di sollievo, chiamo i solerti funzionari pubblici.
Mi risponde un tizio con una voce decisa e giovanile.
– scusi, ma lei dove ce l'ha la testa? venga subito che l'aspetto. Porti un documento d'identità valido.
(era passata meno di un'ora dalla caduta del marsupio)
Carico Attilone sul feldskooter e mi fiondo verso Teppaland.
Chiedo ad una vecchina dall'accento pugliese dove sta l'ufficio e lei me lo indica (facendomi fare un tratto di strada riservata ai residenti)
Entro ed un giovane ed aitante agente mi sta attendendo, con un sogghigno tra il divertito e l'ironico.
Controlla il documento e mi rende il mattoncino.
(nel frattempo Attila, ragazzo assai timido, tocchigna un po' gli oggetti presenti nell'ufficio)
– scusi, eh, abbiamo un po' ravanato per cercare un numero di telefono onde rintracciarla…
– avete fatto benissimo, non so come ringraziarvi…
– eh, ma ravanando ravanando abbiamo visto una cosa che non dovevamo vedere…
(oddio, il gagliardetto del Doria, questo è genoano e adesso si lancia in facili ironie…)
Invece mi mostra il mio coltellino di Toledo.
– belìn, ma questo è il mio coltellino da funghi, mio portafortuna, lo uso quando vado in campagna per farmi un bastone o per tagliare pane e salame…
– ma lei oggi non mi risulta fosse in campagna…
– sono andato sull'Antola l'altro giorno e si vede che mi è rimasto lì…
– certo… si vede… ma faccia più attenzione, non è regolamentare, lo porti appresso solo quando va per boschi.
– ma è molto piccolo, pensavo fosse legale.
– no, no, si fidi, noi ne sequestriamo molti. Tra l'altro avrei dovuto portare il marsupio all'ufficio oggetti smarriti, lei avrebbe dovuto fare tutta la trafila per riaverlo e ci sarebbero voluti almeno 5 giorni, ho visto che ha i permessi per l'accesso al porto e ho pensato di farle un favore.
– molte grazie allora.
(nel frattempo Attila, nel parco giochi attiguo, si sta randellando con un bambino-teppa del luogo)
Onore e gloria imperitura a te, giovane vigile.
Prometto di non parlare più male di voi per almeno un mese.
this world is totally fugazi
Stanno accadendo cose gravi e contemporanee.
In Medio Oriente c'è casino un po' ovunque.
Già l'Egitto sarebbe di per sé una bella polveriera, ma per non farci mancare niente spianiamo anche l'amico del nano.
(ex amico)
(tra clown spesso ci si intende)
Capisco quella povera gente vessata ed accoppata a mazzi da 'sto pagliaccio vaneggiante, ma rimango contrario all'intervento armato.
Bisognava prima tentare con l'isolamento economico.
Invece gridiamo "belin guarda sto sacco di merda" e poi gli vendiamo le armi.
Poi c'è un gran casino anche in Tunisia, il buen retiro dello zio Bettino è ora una pentola a pressione.
Ondate di profughi giungono sulle coste italiane e tra non molto qualcuno più scaltro gli girerà a sud il muso della bagnarola e li ricaccerà indietro.
Li guarderemo affogare tra gl'infidi flutti del Mediterraneo in streaming video, senza poter fare nulla.
E tutto ciò nel centocinquantesimo anniversario, che non ho festeggiato (l'essere cittadino di questa bolgia inetta, un po' mi mette angoscia) ma rispetto chi è sceso in strada con la bandierina colorata.
Tutto sto secessionismo, tutta questa gente che si pulisce il culo coll'italico vessillo salvo poi riceverne la pecunia, mi garbano niente
(che poi una volta erano i tamarri a mettere la bandierina nella targa e venivano schifati all'istante, ma eravamo tutti più attaccati al tricolore di quanto non siamo oggi, causa sbriciolamento dell'asta fallica.)
Poi, in tutto questo casino, c'è anche il terremoto che spiana il Giappone ed il rischio nucleare a livello 5 su una scala suddivisa in 7 livelli di gravità.
(il livello sette recita: "…siamo del gatto, ragazzi…")
(che vorrebbe dire: tutto il pianeta è del gatto)
Nei tg non si parla più di Ruby Rubacuori e alla fine alla gente manca un po'
Nei bar i vecchietti, tra una partita a cirulla e un grappino, si lamentano:
"belin ma che fine ha fatto quella bella manza? io sono preoccupato…"
Del Sol Levante e della questione profughi a loro non importa una ceppa.
Loro amano solo la bernarda.
Non si parla nemmeno dei processi al premier.
Né di politica nazionale.
(sì, ma quale…)
Ogni tanto spunta Bersani a dire "…ou ragazi non stiamo mica a mungere il mulo…"
E tutti giù a ridere.
Poi l'italiano medio è interventista, si sa, e quindi tutto ciò riscostruirà l'imene al nano e lo restituirà santo, permettendogli di governare altri 20 anni fino a quando, ormai 95enne e Presidente dalla Repubblica al quarto mandato, spirerà nella sua casa in Costa Smeralda assistito dalla sua igienista mentale.
A parte la facile e qualunquista ironia, non mi ricordo di un periodo storico così tragicamente incasinato.
Sembra una sorta di resa dei conti, nella quale noi siamo soltanto spettatori attoniti e con le balle a ventola.
Esistesse almeno un pianeta abitabile, dotato di atmosfera, con laghi e fiumi, uccelli variopinti e ancora nessuno scassamaroni a calpestarne il suolo.
Io da bambino ci credevo, sapete?
Spazio 1999 mi ha tradito, maledetto comandante Koenig, Alan Carter e aquila dodici.
E, in tutto sto bailamme, la Sampdoria sta per andare in B.
requiem japan
Mi gela il sangue ciò che è successo in Giappone.
Un popolo civile e capillarmente organizzato.
Lo stato tecnologicamente più avanzato del pianeta.
Per cui nutro profondo rispetto.
Le mani che hanno costruito la mia indistruttibile Kawasaki stanno più a sud, ad Akashi e probabilmente sono salve. Cosiccome quelle che hanno costruito l'hondino del Feldmaresciallo. Che stanno a Tokio.
Ma migliaia di altre mani sono sepolte da metri di fango, detriti ed agenti inquinanti.
Ed altre migliaia ci stanno scavando dentro.
Le costruzioni antisismiche hanno retto, ma l'onda anomala è arrivata troppo presto, dicono 19 minuti dopo.
Qualcosa non ha avuto tempo di funzionare.
Non credo si possa imputare un qualche demerito, quando la forza della natura è preponderante. Ci spazza come birilli, proprio noi che credevamo di dominarla, assoggettarla al nostro volere.
I Giapponesi lo sanno bene, sempre in bilico, sempre sul filo.
Ed i villaggi della costa nordorientale, i porti pescherecci totalmente cancellati, dove nessuno ha avuto tempo o forza per mettersi in salvo, non sono i grattacieli di Tokio.
Come le povere case della tragedia dimenticata di New Orleans non erano quelle delle grandi metropoli americane.
Non so cosa faranno, come potranno rimuovere tutte le macerie, mettere in sicurezza le centrali nucleari che rappresentano un rischio planetario, arrivare alle isole dell'arcipelago Matsushima Kaigan, totalmente sommerse dal mare.
Qualcosa inventeranno di certo, magari riprenderanno a costruire sui rilievi, come nel medioevo, oppure progetteranno enormi barriere a proteggere le coste o chissaquale altra diavoleria.
Ma le immagini che vedo ricordano tanto quelle dello tsunami del 2004, nel nord dell'Indonesia, dove nulla è rimasto in piedi.
In questi giorni non mi va di pensare ad altro, le mie magagne sono in stand-by.
E il primo che mi dice "i giapponesi bastardi cacciano le balene e devono morire" lo meno.